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L'esame testimoniale: regole, strategie e prospettive.

Tra i molti istituti del processo, la testimonianza è probabilmente quello che implica maggiori riferimenti tecnici extra-giuridici, ossia eminentemente psicologici. I meccanismi cognitivi, l’impercettibile limite tra la funzione mnemonica e l’intervento della sfera volitiva – con l’alterazione della verità – rappresentano da sempre uno dei temi di maggior fascino e di più incerta indagine, sia della teoria del processo (in particolare, quello penale, di cui ci si occuperà in questa sede), sia delle scienze psicologiche. Infatti, anche se con obiettivi differenti entrambe le discipline si preoccupano di definire il comportamento umano… Queste inevitabili coincidenze rendono attuale la possibilità di uno sviluppo scientifico comune ad entrambe le discipline.
Tuttavia, deve segnalarsi – in questo, come in molti altri settori “interdisciplinari” – una forte ritrosia del mondo giuridico ad aprirsi verso l’apporto offerto da altre scienze. Invero, l’autonomia dei due ambiti è prerequisito sostanziale alla loro complementarietà e solo a partire da tale consapevolezza è possibile realizzare quella comunicazione intersistemica utile affinché dal connubio se ne tragga qualcosa di utile, sul piano giudiziario, per l’accertamento della verità processuale. Del resto, al di là della nota ritrosia del vigente codice di procedura penale ad utilizzare la parola «verità», non si può negare che – superati certi eccessi di giacobina memoria, che volevano escludere dalla funzione giudicante qualsiasi influsso personale da parte di chi esercitasse la giurisdizione – oggi il processo penale è generalmente riconosciuto come luogo ove si tende a ricostruire una verità, certo non assoluta, ma basata proprio sulla ricostruzione processuale dei fatti oggetto di imputazione, ricostruzione che, per buona parte, ancora oggi trova il proprio fondamento proprio nella testimonianza.
E, pur sempre evitando di evocare la «verità», il codice di procedura penale ha fatto proprio del dibattimento, che costituisce (o dovrebbe costituire in ossequio al modello accusatorio) il momento centrale dell’acquisizione della prova, il cuore dell’attuale processo penale: è qui che la dialettica processuale raggiunge la massima esaltazione, in virtù dell’esame e del controesame dell’imputato nonché dei testimoni.
Tale attività che, da un lato, esprime proprio lo snodo tecnico-processuale fondamentale, per altro verso implica – e sempre di più – il ricorso a consapevolezze e conoscenze che appartengono, invece, ad altro settore scientifico, ossia quello delle attuali “neuroscienze”, il cui studio ha raggiunto, per lo più nel settore medico-diagnostico, ormai esiti e vette che gli studiosi del processo penale non possono più ignorare.
Ecco, allora, la scelta di questo lavoro di occuparsi proprio della testimonianza sotto questo duplice profilo, polarizzando l’attenzione verso l’interazione tra la sfera prettamente normativa – anch’essa non del tutto priva, come si vedrà, di consapevolezze dettate dalle scienze cognitive – e i più recenti sviluppi della ricerca e dell’applicazione neuroscientifica, verso l’inedito ambito della sfera processuale penale.

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3 Introduzione Tra i molti istituti del processo, la testimonianza è probabilmente quello che implica maggiori riferimenti tecnici extra-giuridici, ossia eminentemente psicologici. I meccanismi cognitivi, l’impercettibile limite tra la funzione mnemonica e l’intervento della sfera volitiva – con l’alterazione della verità – rappresentano da sempre uno dei temi di maggior fascino e di più incerta indagine, sia della teoria del processo (in particolare, quello penale, di cui ci si occuperà in questa sede), sia delle scienze psicologiche. Infatti, anche se con obiettivi differenti entrambe le discipline si preoccupano di definire il comportamento umano… Queste inevitabili coincidenze rendono attuale la possibilità di uno sviluppo scientifico comune ad entrambe le discipline. Tuttavia, deve segnalarsi – in questo, come in molti altri settori “interdisciplinari” – una forte ritrosia del mondo giuridico ad aprirsi verso l’apporto offerto da altre scienze. Invero, l’autonomia dei due ambiti è prerequisito sostanziale alla loro complementarietà e solo a partire da tale consapevolezza è possibile realizzare quella comunicazione intersistemica utile affinché dal connubio se ne tragga qualcosa di utile, sul piano giudiziario, per l’accertamento della verità processuale. Del resto, al di là della nota ritrosia del vigente codice di procedura penale ad utilizzare la parola «verità», non si può negare che – superati certi eccessi di giacobina memoria, che volevano escludere dalla funzione giudicante qualsiasi influsso personale da parte di chi esercitasse la giurisdizione – oggi il processo penale è generalmente riconosciuto come luogo ove si tende a ricostruire una verità, certo non assoluta, ma basata proprio sulla ricostruzione processuale dei fatti oggetto di imputazione, ricostruzione che, per buona parte, ancora oggi trova il proprio fondamento proprio nella testimonianza. E, pur sempre evitando di evocare la «verità», il codice di procedura penale ha fatto proprio del dibattimento, che costituisce (o dovrebbe costituire in ossequio al modello accusatorio) il momento centrale dell’acquisizione della prova, il cuore dell’attuale processo penale: è qui che la dialettica processuale raggiunge la massima esaltazione, in virtù dell’esame e del controesame dell’imputato nonché dei testimoni.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Strategiche

Autore: Alessandra Argento Contatta »

Composta da 51 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.