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Camillo Sbarbaro. Analisi di alcune tematiche in "Pianissimo" 1914

Informazioni tesi

  Autore: Eric Caldironi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingua e cultura italiana
  Relatore: Francesco Muzzioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

La scelta delle tematiche analizzate in questa sede è vincolata direttamente al tentativo di rilevare l’eccezionalità di esse all’interno di Pianissimo e proporre una lettura ancora non ben sviluppata dalla critica sbarbariana.
L’analisi è limitata alla sola raccolta lirica di Pianissimo e nello specifico alla sua prima edizione del 1914, senza d’altra parte rinunciare alle varianti più significative dell’edizione del 1954 e ad alcuni riferimenti d’obbligo, estrapolati dalle successive raccolte liriche e soprattutto dalle prose sbarbariane.
Nonostante molta critica autorevole, rappresentata soprattutto da Gina Lagorio, Lorenzo Polato e Giorgio Bàrberi Squarotti, abbia da tempo restituito al poeta di Santa Margherita Ligure la sua importanza storico letteraria, la conoscenza di Sbarbaro resta ancora oggi spesso limitata a poche liriche di Pianissimo e ridotta, nelle antologie scolastiche, a quelle dedicate al padre.
Il padre del poeta, dedicatario dell’opera, rappresenta sicuramente una figura centrale nel suo percorso poetico. Questo aspetto ha rappresentato sicuramente un vincolo importante per la critica, che ha focalizzato l’interesse soprattutto sulla tematica familiare e di conseguenza non ha reso il giusto merito alla modernità dell’opera. Inoltre, in modo non del tutto sbagliato, ha voluto trovare in Pianissimo la prima apparizione novecentesca della figura paterna in poesia e individua nella raccolta lirica sbarbariana (insieme ai Frammenti lirici di Clemente Rébora) la forma del diario lirico.
Poco si è detto rispetto alla lingusticità di Sbarbaro, oppure è stata ridotta (in maniera del tutto pertinente, ma al contempo riduttiva) alla relazione con gli Ossi di seppia montaliani, estrapolando la componente naturalistica offerta dalla terra di Liguria, presente soprattutto nelle prose e nelle liriche successive a Pianissimo.
Nel verificare in che misura lo Sbarbaro di Pianissimo può essere considerato ligustico, risulterà importante risalire alla radice di questa “linea ligure” e verificarne le connessioni con una serie di letterati (Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Mario Novaro, Giovanni Boine e, con uno sguardo verso il futuro più prossimo, Eugenio Montale) senza escludere i rapporti con le più importanti riviste letterarie che muovevano e promuovevano un determinato clima.
L’impianto baudelairiano delle Lettere di crociera ceccardiane, la presenza imponente della filosofia di Schopenhauer nei Murmuri ed echi novariani, la critica militante di Giovanni Boine e gli importanti collegamenti intertestuali ravvisabili negli uomini della “Riviera” (che lo stesso Boine vantava facenti parte di un “gruppo ligure”), costituiscono la base di partenza per un territorio d’analisi ancora problematico (in termini di critica letteraria) e non del tutto risolto. La nullificazione, lo svuotamento e il silenzio dell’anima sbarbariana segnano il punto d’arrivo di un’indagine interpretativa che ha mosso i primi passi (se si escludono il “plauso” quasi profetico del contemporaneo Boine e le intuizioni di Eugenio Montale) sul finire degli anni sessanta del secolo appena trascorso. Per comprendere le ragioni e i motivi dello “scenario”, dove questa “morte” del soggetto avviene, bisognerà aspettare la critica più recente di Lorenzo Polato, Bàrberi Squarotti e Vittorio Coletti. Il tema della città, nella quale il poeta “camminatore” troverà la sua reificazione, assume una sua importanza solo dal momento in cui Polato arriverà a mettere in relazione il nostro con Baudelaire. Di conseguenza la Natura, interpretata ancora come “madre consolatrice” (soprattutto nell’approccio critico di Silvio Riolfo e Adriano Guerrini), diventerà la sede del nichilismo e della “disperazione rassegnata” di Camillo Sbarbaro. La fuga del poeta cambia decisamente aspetto e inevitabilmente si potranno adottare ulteriori prospettive critiche, considerando il rifugio nella Natura come la vera fuga sbarbariana, che porta l’esterno verso l’interno. Questa fuga, infine, è caratterizzata non dalla contiguità verso un’ultima possibilità d’inganno stabilito dalla Natura consolatrice, bensì da un riparo segnato dalla rassegnazione irreversibile di un Io che non accetta la sfida dell’esistenza. Tramite la figura del sonnambulo Sbarbaro canta l’assenza di vita in una realtà ridotta a mera apparenza, che il poeta, nella sua metamorfosi minerale, è in grado soltanto di riflettere.

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  7   1. La Linea Ligustica «Mi par d’essere innanzi ad una di quelle poesie su cui i letterati non sanno né possono dissertare a lungo, ma di cui si ricordano gli uomini nella vita loro per i millenni». 1 All’uscita degli Ossi di seppia, C a r l o L i n a t i ( d e d i c a t a r i o d i Portovenere) avvicina Montale alla «nobile casata, che va da Ceccardo Roccatagliata allo Sbarbaro, da Boine a Adriano Grande», tanto da proporre l’amico Montale come «corolla terminale» 2 . Il riconoscimento di aver acquisito, da parte di Montale, un’ “eredità ligure”, sarà confermato dal Cecchi (dedicatario della sezione eponima degli Ossi) in due interventi, nei quali farà riferimento al precedente intervento critico di Linati. La critica, dopo la prima uscita degli Ossi di seppia e soprattutto dopo la breve stagione della rivista “Circoli”, si troverà a ricostruire una linea poetica ligure. In uno scritto dedicato a Ceccardo (Il ligure Ceccardo) apparso su “Corrente”                                                                                                                 1  G.  BOINE,   Plausi  e  botte,   40)  Sbarbaro,   Pianissimo,   ed.  Libreria  della  voce,  1914,  in  “La  Riviera   Ligure”,  s.  IV,  XX  (1914),  34,  p.  338   bis,   ora  in  G.  Boine,   Il  Peccato,  Plausi  e  botte,   Frantumi,  Altri   scritti,   pp.  131 -­‐134:  a  p.  134.   2  C.  LINATI,   Letteratura  italiana ,  [1],  in   “Il  Convegno”,  VI  (1925),  6 -­‐7,  pp.  357 -­‐360.  

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