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Identificazione di mutazioni in pazienti italiani affetti da Amaurosi Congenita di Leber mediante analisi di microarray

Lo scopo di questo lavoro di tesi è identificare e chiarire le basi molecolari della Amaurosi Congenita di Leber (LCA) in una popolazione di pazienti italiani e di eseguire per la prima volta una correlazione genotipo-fenotipo.
I campioni di DNA di 95 pazienti affetti da LCA sono stati analizzati dapprima utilizzando un microarray di genotipizzazione contenente varianti di sequenza in otto geni LCA associate alla malattia. Questa analisi ha consentito di individuare 19 mutazioni già note in 22/95 pazienti. In seguito, l’analisi mediante dHPLC e Sequenziamento Diretto ha consentito di individuare altre 12 mutazioni non ancora descritte in 12/95 pazienti. Tutti i soggetti, nei quali sono state identificate variazioni di sequenza causative di LCA, hanno subito una dettagliata visita oftalmologica.
Inoltre sono state identificate 36 mutazioni che nel campione esaminato rappresentano il 27%. Le variazioni di sequenza hanno interessato soprattutto i geni RPE65 (8,3 %), CRB1 (7,3 %) e GUCY2D (5,3 %), mentre in CEP290 solo nel 4,2 % dei pazienti analizzati.
L’ esame clinico ha messo in evidenza che i pazienti portatori di mutazioni in RPE65 e CRB1 conservano la capacità visiva nella prima decade di vita. Le mutazioni in RPE65 sono state associate anche ad un normale spessore retinico, come riportato dalla tomografia di coerenza ottica (OCT), mentre le alterazioni in CRB1 si accompagnano ad un ridotto spessore retinico e ad una retina grezzamente laminata. L’autofluorescenza del fondo è stata osservata in misura maggiore nei pazienti con mutazioni in RPE65 e GUCY2D, mantre risulta assente in pazienti con mutazioni in CRB1.
Le mutazioni nel gene RPE65 rappresentano un’importante causa di LCA nella popolazione italiana, a differenza delle mutazioni in GUCY2D e in CEP290 presenti con una frequenza minore. Questi risultati suggeriscono che l’epidemiologia genetica dell’LCA in Italia è diversa da quella riportata da precedenti studi negli Stati Uniti e nei paesi del Nord-Europa.
L’autofluorescenza nei pazienti con mutazioni in RPE65 è stata spesso associata ad un normale spessore retinico, il che suggerisce che le variazioni di sequenza in questo gene non si accompagnano ad una progressione della degenerazione retinica. Inoltre un normale spessore retinico e l’autofluorescenza del fondo oculare essendo indice di una retina non completamente distrutta e associandosi a mutazioni in RPE65 potrebbero essere un buon presupposto per sottoporre i pazienti con LCA e che presentano tali caratteristiche cliniche a protocolli di terapia genica in futuro.

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6 PREMESSA Da sempre l’uomo ha considerato la vista come il senso a lui più caro, e soltanto l’idea di una vita priva di luce e colori potrebbe rendere fragile e precaria l’esistenza di chiunque di noi. Le malattie genetiche a carico dell’occhio sono numerose e rappresentano una percentuale molto alta del numero totale di tutti i disordini ereditari umani ed è stato stimato che almeno la metà dei casi di cecità che colpisce i bambini nell’infanzia abbia una o più componenti genetiche. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i progetti di ricerca mirati all’identificazione e alla caratterizzazione di nuovi geni-malattia nella speranza di fornire, una volta identificato il difetto responsabile, le basi molecolari per approntare un’adeguata terapia. Per quanto riguarda le malattie ereditarie a carico della retina, nonostante i notevoli passi in avanti compiuti nella comprensione dei meccanismi molecolari alla base di numerose patologie, molti ancora restano i geni coinvolti responsabili da identificare. 1.1L’OCCHIO L’occhio è l’organo fondamentale dell’apparato visivo, ed è deputato alla percezione degli stimoli luminosi e ad una ricostruzione primordiale dell’orrizonte di esplorazione. Questo complesso organo di senso presenta, almeno nella maggior parte dei vertebrati (uomo compreso), una forma sferoidale, ed è situato all’interno dello spazio orbitario, circondato dalle pareti ossee della scatola cranica. Esso è delimitato da tre tuniche: fibrosa, vascolare e nervosa. (Figura 1)

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Biotecnologiche

Autore: Manuela Marescotti Contatta »

Composta da 126 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.