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Il male tra radicalità e banalità in Hannah Arendt.

Informazioni tesi

  Autore: Tania Cara
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Faustino Fabbianelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

La tesi approfondisce la trattazione arendtiana sul male, partendo da quelle che sono alcune delle sue opere principali: Vita Activa, Le origini del male, La banalità del male.
Importante il confronto con Kant in termini di questioni morali.

Il primo capitolo della tesi tratterà della visione antropologica di Hannah Arendt, legata profondamente all'etica. Partendo dall'opera Vita Activa, tratterò delle tre condizioni della natura umana: lavoro, opera, azione. In ultimo affronterò il rapporto tra teoria e pratica, come guida della morale. Nel secondo capitolo introdurrò la filosofia morale kantiana, soffermandomi prima sulla morale della Fondazione e poi sulla psicologia morale trattata nella Religione. Rivolgerò poi l’attenzione a una possibile conciliazione tra la concezione del male di Arendt e di Kant. Nel terzo capitolo mi soffermerò sulla trattazione arendtiana del male, per come essa è trattata nelle Origini del totalitarismo, per poi affrontare il concetto di banalità presente nel reportage sul processo a Eichmann. Nel quarto e ultimo capitolo mi soffermerò sul saggio arendtiano Colpa organizzata e responsabilità universale.

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2 Introduzione L’intento di Hannah Arendt è, come ricorda Simona Forti nell’introduzione a Le origini del totalitarismo (Le figure del male) 1 , cercare di trasformare ‹‹l’insensatezza del male in un discorso››. L’obiettivo di questa tesi è di ripercorrere le tappe della concezione arendtiana sul male, rivolgendo l’attenzione anzitutto allo studio antropologico e in seguito all’elaborazione del tema sul male. Proprio l’uomo è il punto di partenza perché soggetto che compie e subisce il male, che nel periodo del totalitarismo, diventa individuo di massa privo di capacità di pensiero. La ricerca sull’essenza della natura umana trova il suo fondamento sull’azione e non sul pensiero, come le precedenti filosofie. In particolar modo l’azione politica è il momento di piena realizzazione umana, superiore al lavoro manuale e all’arte perché è con essa che l’uomo entra nella pluralità degli individui e nella vita sociale. Proprio in tale socialità l’individuo è davvero se stesso, nella conciliazione tra theoria e praxis, in un’agorà, dove ogni azione è pensata e giudicata a proposito della vita con gli altri. Se questa è l’umanità descritta da Arendt, essa non può che trovarsi in opposizione con quella del totalitarismo del Novecento, nel quale si ha la massima realizzazione del male radicale. Il fenomeno del totalitarismo è ciò che ha attraversato l’Europa, sconvolgendola. Arendt racchiude sotto questa definizione sia nazismo sia stalinismo, due situazioni differenti che però si spingono fino a toccarsi. L’analisi fatta dall’autrice cerca le vere e proprie origini dei regimi totalitari, guardando all’antisemitismo e all’imperialismo, indagando nel profondo le premesse più e meno esplicite. Lo studio convoglia nell’attento sguardo ai dati strutturali di questi regimi, concependo l'ideologia come male che tende a ricreare la realtà, non solo ad adattarla a suo piacimento. Ciò che sostiene l’intero palinsesto è il terrore, che 1 S. Forti, Le figure del male, in H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2009, p. 11.

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