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Effetti distributivi dell'Iva e comportamento di consumo delle famiglie italiane

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Marmiroli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Politica
  Relatore: Massimo Baldini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 219

L’obiettivo principale di questa tesi consiste nello studio degli effetti distributivi dell’Iva sul reddito e sul consumo delle famiglie italiane. Lo scopo è verificare se l’effetto regressivo a cui è associata l’imposta sul valore aggiunto può trasformarsi in effetto progressivo quando cambia la grandezza di riferimento. La premessa di base è che il consumo potrebbe rappresentare un indicatore di benessere più affidabile del reddito, e quindi è in base ad esso che va stimato l’effetto distributivo. Esso è ricostruito applicando l’attuale disegno dell’Iva ai consumi delle famiglie con un’elevata disaggregazione, che permette di associare ad ogni voce di consumo rilevata dall’Istat l’ammontare di spesa e di Iva. Le famiglie vengono suddivise in diversi gruppi, per osservare quali altre caratteristiche, demografiche e sociali oltre che economiche, influiscono sull’impatto dell’imposta. Le classificazioni proposte sono:ammontare di consumo, area di residenza, numero di componenti, titolo di studio, professione ed età del capofamiglia.

Successivamente vengono condotte simulazioni per stimare l’impatto di riforme reali – come l’aumento dell’ultima aliquota avvenuta nel corso del 2011 – e ipotetiche, come una possibile introduzione di un’aliquota unica. A conclusione della prima parte del lavoro, si ripetono le medesime stime sui dati di reddito delle famiglie, per poter confrontare quanto radicale sia il cambiamento di interpretazione degli effetti dell’Iva se lo si osserva su consumo e reddito in un preciso periodo temporale (un anno). I dati ottenuti mostrano con chiarezza che l’imposta è progressiva se calcolata sul consumo, regressiva se calcolata sul reddito. Questa ambiguità rende difficile dare un giudizio sui reali effetti distributivi, fino a che non sia stabilito a priori quale, tra consumo e reddito, sia il miglior indicatore di benessere.

La parte finale della tesi abbandona l’Iva per concentrarsi sui sistemi di domanda dinamici, con l’obbiettivo di studiare il comportamento dei consumatori al variare del livello di spesa e dei prezzi. Vengono quindi calcolate, partendo da un sistema di equazioni di domanda tipo Almost Ideal (AIDS), le elasticità della domanda per diverse aggregazioni di beni e servizi, controllando inoltre per una serie di parametri sociodemografici riferiti alle famiglie.

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5 CAPITOLO 1 La tassazione del consumo 1.1 Tassare il reddito, tassare il consumo La tassazione del reddito ha acquisito sempre piø importanza nel corso del ventesimo secolo, parallelamente all’affermarsi del crescente intervento dello Stato in economia che richiedeva la raccolta di risorse sempre maggiori presso la popolazione, rispetto a quelle che tradizionalmente la tassazione sui consumi riusciva a fornire. Nonostante oggi il reddito sia considerato l’indicatore piø diretto del benessere, oltre che della capacità contributiva, da diverse parti della scienza economica e sociale si sono avanzate nel tempo contestazioni ad una concezione cosi riduttiva del benessere (Sen, 1987) che ne appiattisce il significato su quello di benessere materiale, o ben-avere. Ciononostante, il reddito rimane tuttora la grandezza piø utilizzata per rappresentarlo, stante la difficoltà e il rischio di arbitrarietà di qualsiasi tentativo di esprimere un concetto multidimensionale e non monetario come il benessere attraverso un’unica misura come, ad esempio, un indice costruito su piø variabili (HDI, vari indici di felicità proposti, ecc.). Non è qui il caso di soffermarsi sulle difficoltà presenti anche nel definire lo stesso concetto di reddito, in quanto flusso che può aver origine da stock diversi (capitale umano, finanziario, fondiario, reale) e comporsi di numerose voci d’entrata a volte anche difficili da valutare (rendite imputate, lavoro non pagato, trasferimenti pubblici in natura, benefici connessi al lavoro, ecc.). La definizione piø generale è stata proposta da Henry Simons [1938] e, non essendo obbiettivo di questo lavoro addentrarsi nella ricerca della natura del reddito, risulta piø che adeguata per gli scopi che ci si prefigge. Nota come reddito entrata, essa definisce il reddito come la somma del valore di mercato dei diritti esercitati nel consumo e la variazione del valore dei diritti di proprietà tra l’inizio e la fine del periodo. Storicamente la tassazione del consumo aveva permesso alle autorità di raccogliere risorse dalla popolazione in mancanza della possibilità di imporre tasse sul reddito, a causa della mancanza di informazioni su di esso. Tuttora, nei paesi meno evoluti ma non solo, sussistono alcune condizioni che rendono il livello di consumo un

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