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Inviato di guerra 2.0: dal calamaio allo smartphone. I casi delle ''social netwar'' in Egitto e Libia

Informazioni tesi

  Autore: Emanuele Ballacci
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Editoria Multimediale e Nuove Professioni dell'Informazione
  Relatore: Roberto Gritti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 399

Il giornalismo di guerra è da sempre considerato come uno dei settori più interessanti e importanti dell’informazione ed è probabilmente il genere che in ogni epoca ha maggiormente entusiasmato e coinvolto il pubblico. Negli anni Settanta, Egisto Corradi, storico corrispondente del Corriere della Sera, ricordava come questo mestiere si esercitasse soprattutto con la “suola delle scarpe”, tuttavia adesso i tempi sono cambiati.

Le innovazioni tecnologiche hanno contribuito allontanare sempre di più gli inviati dalla guerra finché la nuova mobilità e l’inedita socialità degli ultimi anni non ne hanno paradossalmente concesso un lento riavvicinamento.

Il presente lavoro di tesi si propone quindi l’obiettivo di esplorare la figura dell’inviato di guerra, ripercorrendone la sua storia, lunga oltre un secolo e mezzo, fino ai giorni nostri, tentando infine di offrirne eventuali scenari per il futuro. La tesi si divide quindi in quattro capitoli, ognuno dei quali rappresenta una fase storica di questa particolare forma di giornalismo: passato remoto, passato prossimo, presente e futuro. Da eroe a intruso, da scomodo nemico fino a prezioso alleato, è spesso mutato repentinamente il rapporto tra l’informazione e il potere bellico.

Ogni cambiamento è stato infatti sospinto dalla disponibilità di nuovi mezzi. Il calamaio e la penna d’oca, con cui il pioniere William Howard Russell inviava nel 1853 i suoi dispacci dalla guerra di Crimea, furono ben presto superati dall’introduzione del telegrafo. Macchina da scrivere, radio, televisione, telefono satellitare sono solo alcuni esempi delle modalità con cui la tecnologia ha condizionato gli sviluppi di questo mestiere.

Pensando alle sfide attuali, ossia alle primavere arabe che hanno scosso gli Stati nordafricani nei primi mesi del 2011, il richiamo va inevitabilmente alle immense opportunità offerte al giornalismo di guerra dalla Rete, dal web 2.0 e dalla crescente miniaturizzazione dei dispositivi tecnologici. Blog, social media e smartphone sono diventati strumenti essenziali per raccontare i conflitti, permettendo di creare universi informativi inediti e reportage prima neanche immaginabili sia per forma sia per contenuto. Emblematico il caso di Nicholas Kristof, corrispondente del New York Times. Direttamente da piazza Tahrir, cuore della rivoluzione, ha inviato i suoi racconti multimediali attraverso quattro differenti canali: gli articoli cartacei e virtuali del quotidiano, il suo blog personale, la sua pagina professionale su Facebook e soprattutto il suo profilo su Twitter. La sua esperienza testimonia quindi come il giornalismo sia capace di trovare sempre nuove vie di fuga.

“La nostra missione è raccontare gli orrori della guerra, con precisione e senza pregiudizi: dobbiamo sempre chiederci se il livello di rischio vale la storia” aveva affermato Marie Colvin, corrispondente di guerra del Sunday Times, recentemente morta in Siria. Le nuove tecnologie hanno infatti esposto inviati e corrispondenti a inediti rischi. Smartphone e connessione a Internet sono gli unici due strumenti di cui necessita il reporter oggi: ciò ha portato in guerra, imprudentemente e allo sbaraglio, una rinnovata moltitudine di individui, sotto la vaga etichetta di freelance. Una condizione che ha fatto lievitare numeri e statistiche di violenze, rapimenti e aggressioni contro i professionisti dell’informazione.

Il futuro è ignoto, tuttavia le interviste realizzate in calce a questo lavoro permettono di provare a intuire possibili vie di sviluppo. Secondo gli inviati Cristiano Tinazzi e Fausto Biloslavo sarà infatti proprio questa la figura del freelance a consentire sopravvivenza del mestiere. Al contrario, i professionisti Mimosa Martini e Giovanni Porzio puntano sulla specializzazione e sulla professionalizzazione, intravedendo nel reporter factotum un vero scadimento qualitativo. Due facce della stessa medaglia che tuttavia testimoniano come questa professione sia più che mai viva e pronta per scrivere – o twittare – nuove pagine di storia.

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1 Introduzione “Il vero giornalismo si fa con la suola delle scarpe”. Egisto Corradi Il giornalismo di guerra è da sempre considerato come uno dei settori più importanti dell’informazione ed è probabilmente il genere che in ogni epoca ha maggiormente entusiasmato e coinvolto il pubblico. Un tempo, come soleva ricordare Egisto Corradi, principe degli inviati di guerra tra gli anni Settanta e Ottanta, l’unico imperativo da ricordare era “scarpinare”. Bisognava infatti camminare, recarsi sul posto e soffermarsi a guardare gli avvenimenti con i propri occhi. Solo attraverso la conoscenza diretta era possibile raccontare un avvenimento. Alcuni decenni dopo, queste consuetudini appaiono purtroppo superate. “Tutto ti scivola via sotto i piedi, mutano i simboli, i segni si spostano, i punti di orientamento non hanno più un luogo fisso” 1 scrive il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, alle prese negli anni Novanta con i mutamenti nelle rappresentazioni e nelle sonorità dovuti al passaggio all’era digitale. Un grande salto tecnologico ha investito il mondo dell’informazione nel nuovo millennio, producendo cambiamenti profondi nel modo di vedere il mondo e raccontarlo. Sballottato tra la prima linea e la comoda poltrona di un hotel, il corrispondente, da sempre restio alle innovazioni, 1 Kapuscinski R., Lapidarium. In viaggio tra i frammenti della storia – Feltrinelli, Milano, 1997, p. 11

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