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Ripensare Riparando. Riflessione sulla dimensione psicologica della mediazione penale.

I fallimenti della giustizia, le lungagini processuali, la visione statocentrica della giustizia e del diritto manifestano la loro inadeguatezza nei riguardi di una società che non trova più nella pena stabilita dal giudice la soluzione ai problemi di criminalità né la garanzia di sicurezza sociale. Emerge a questo punto la necessità di sperimentare anche sul territorio italiano forme di giustizia alternativa, seguendo l'esempio positivo delle esperienze nord-americana, belga, francese e australiana tra le altre, le quali sostituiscano l'idea della retribuzione, tipica della giustizia tradizionale, con quella riparativa. Il risarcimento del danno riesce solo ad anestetizzare il mix di sentimenti che agita la vita di una vittima, soprattutto per i reati di natura penale, ma non consente la concretizzazione della dimensione "restorative" della giustizia, ossia quella che aiuta la vittima stessa a tornare nello stato psico-emotivo antecedente al patimento del comportamento criminale. Per supplire a tale incapacità la mediazione penale interviene a operare un ripensamento del conflitto nella vittima e nel reo percorrendo la strada della comunicazione, della narrazione e del "dialogo trasformatore", nel tentativo di facilitare la fuoriuscita dagli schematismi del ruolo e l'aperura alla considerazione dell'altro come diverso, eppure come persona.

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INTRODUZIONE Il titolo di questo lavoro è indicativo del percorso che si è voluto tracciare nelle pagine che seguono, le quali si pongono come spazio di riflessione sul tema non solo della mediazione penale, che rappresenta il fulcro tematico attorno al quale ruota tutta la trattazione, ma anche della giustizia in generale, con tutti i pregi e inevitabilmente i difetti, che ha dimostrato e dimostra di possedere a seconda degli Stati che si osservano. A dirla tutta il bisogno di pensare ad uno strumento di supporto a quello propriamente giuridico nasce nel momento in cui ci si ferma a constatare gli insuccessi che la legge e le sue procedure determinano in ambito penale, tra lungaggini processuali e pene inadeguate, e l’incapacità oggettiva di provvedere a quell’ordine e a quella tutela sociale che pretende di disciplinare. Così anche in Italia, che noteremo essere uno dei Paesi più diffidenti verso i sistemi di giustizia alternativa, comincia a fermentare l’idea di affidare la trattazione di certi reati ad un istituto nuovo e di già sperimentata funzionalità in altri Stati, di modo che si possa alleggerire il clima di insoddisfazione che la popolazione non ha timore a denunciare e che è stato causato dall’atteggiamento di difesa della logica processuale e da una prassi legislativa statocentrica. All’approfondimento di questi aspetti è dedicato il primo capitolo, nel quale si è voluto tracciare un percorso che palesasse le origini della mediazione penale, andando a scavare in certe tradizioni antropologiche tipiche di società meno complesse di quelle occidentali e, proprio per questo, più paragonabili a comunità, riferendoci alla diversificazione posta in essere da Tonnies. Qui la modalità di trattazione del reato non viene rimessa nelle mani del giudice supremo ma viene stabilita tra la gente, nello spazio in cui il reato si è consumato con i soggetti che lo hanno a vario titolo vissuto e con l’insieme delle persone esterne ad esso ma interne al contesto comunitario, quindi colpite indirettamente dall’evento. 5

Tesi di Master

Autore: Ciro Intermite Contatta »

Composta da 107 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 702 click dal 06/11/2012.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.