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La Provincia. Ruolo storico e dibattito attuale con riferimento al caso di Perugia

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Pippi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze dell'Amministrazione
  Relatore: Roberto Segatori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 162

Tra il 1859 e il 1860 la legislazione italiana fissa i punti cardine dell'assetto istituzionale del governo locale italiano secondo un modello centralistico. Dalla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, fino ad oggi (passando per la nascita della Repubblica democratica e per la Costituzione del 1948), l'evoluzione della forma di Stato si sviluppa molto lentamente attraverso un processo di decentramento di competenze dallo Stato centrale agli organi periferici delle comunità locali. Con la Repubblica democratica, dopo l'approvazione della Costituzione, alle Regioni si riconosce la potestà locali (Comuni e Province) spetta unicamente la titolarità di funzioni amministrative e di potestà regolamentare.
La scelta in favore del decentramento è legata, in Italia, soprattutto a due elementi, riconducibili ai criteri dell'efficienza dell'ordinamento giuridico e della democrazia. La democrazia, in particolare, viene declinata nelle sue diverse accezioni di responsabilità, partecipazione e separazione dei poteri dello Stato. In questo assetto istituzionale, l'originaria idea regionalista,
proposta attraverso un progetto di legge di iniziativa governativa avanzato da Minghetti, viene rifiutata per due ragioni fondamentali: per il timore della dissoluzione dell'unità nazionale recentemente raggiunta e per la grande differenza esistente, in termini di sviluppo economico e di tradizioni di autogoverno tra le varie parti del P1

Nella storia dell'Italia unita una prima fase del decentramento è individuabile negli anni che vanno dall'unificazione all'avvento del fascismo.
La questione meridionale, successiva agli anni dell'unità, si caratterizza per il sottosviluppo economico e per la presenza di peculiari strutture sociali nell'Italia del Sud, con il rischio di rendere impraticabile l'autogoverno in questa parte del Paese.

In questo periodo si avvia un processo riformatore degli enti locali territoriali allora esistenti: Comuni e Province. L'elettività dei governi locali, accompagnata da un progressivo allargamento del suffragio, è parte della trasformazione dello Stato liberale italiano: gli enti locali divengono enti rappresentativi delle comunità locali, che a loro volta rappresentano le prime istanze democratiche e partecipative territoriali.
A questa fase di decentramento, svoltasi senza rilevanti interventi normativi, segue la fase di accentramento rappresentata dal regime fascista, che nel 1926 provvede alla soppressione delle elezioni locali e alla sostituzione degli organi elettivi territoriali con organi nominati dal centro. Si inaugura, così, un'epoca di completo accentramento, che corrisponde al carattere autoritario assunto dalla forma di Stato fascista.
Nell'Italia repubblicana la prima tappa del processo di decentramento coincide con la Costituzione del 1948. L'Assemblea Costituente, infatti, negli anni 1946-47 compie una scelta in favore dello Stato decentrato, che si concretizza in due previsioni normative fondamentali. In questo senso, l'articolo 5 disciplina l'autonomia e il decentramento tra i principi fondamentali della Costituzione, mentre il Titolo V istituisce per la prima volta le Regioni, dotate di potestà legislativa, e l'autonomia dei Comuni e delle Province.

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3 INTRODUZIONE Tra il 1859 e il 1860 la legislazione italiana fissa i punti cardine dell'assetto istituzionale del governo locale italiano secondo un modello centralistico. Dalla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, fino ad oggi (passando per la nascita della Repubblica democratica e per la Costituzione del 1948), l'evoluzione della forma di Stato si sviluppa molto lentamente attraverso un processo di decentramento di competenze dallo Stato centrale agli organi periferici delle comunità locali. Con la Repubblica democratica, dopo l'approvazione della Costituzione, alle Regioni si riconosce la potestà locali (Comuni e Province) spetta unicamente la titolarità di funzioni amministrative e di potestà regolamentare. La scelta in favore del decentramento è legata, in Italia, soprattutto a due elementi, riconducibili ai criteri dell'efficienza dell'ordinamento giuridico e della democrazia. La democrazia, in particolare, viene declinata nelle sue diverse accezioni di responsabilità, partecipazione e separazione dei poteri dello Stato. In questo assetto istituzionale, l'originaria idea regionalista, proposta attraverso un progetto di legge di iniziativa governativa avanzato da Minghetti, viene rifiutata per due ragioni fondamentali: per il timore della dissoluzione dell'unità nazionale recentemente raggiunta e per la grande differenza esistente, in termini di sviluppo economico e di tradizioni di autogoverno tra le varie parti del P 1 . Nella storia dell'Italia unita una prima fase del decentramento è individuabile negli anni che vanno dall'unificazione all'avvento del fascismo. 1 La questione meridionale, successiva agli anni dell'unità, si caratterizza per il sottosviluppo economico e per la presenza di peculiari strutture sociali nell'Italia del Sud, con il rischio di rendere impraticabile l'autogoverno in questa parte del Paese.

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