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Il persistere del mito polare nel romanzo ''Al Polo Australe in velocipede'' di E. Salgari

In questo elaborato si è cercato innanzitutto di dimostrare come il fascino, ma allo stesso tempo le paure esercitate dal Nord si siano protratte nel corso dei secoli in campo culturale e letterario: per questo abbiamo deciso di intraprendere un discorso molto ampio sulla visione e i miti del Nord, partendo dall’antichità e dal Medioevo, per arrivare alle prime vere e proprie esplorazioni tra il XIX e il XX secolo.
Ho deciso di dedicarmi ad Emilio Salgari, tra l’altro in occasione del centenario della sua scomparsa, per concorrere ad eliminare lo stereotipo legato al romanziere veronese di semplice autore per ragazzi, dimostrando come fosse strettamente legato alla cultura dei suoi tempi: rielaborando le teorie e i miti visti in precedenza, Salgari scrive un romanzo ambientato in un continente all’epoca praticamente sconosciuto come l’Antartide, Al Polo Australe in velocipede, ispirato dai lavori dei maestri Edgar Alan Poe e Jules Verne.

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5 Capitolo I: la visione del Nord e del Polo nel tempo 1.1 I miti antichi e medievali 1 Il concetto di Settentrione nell’antichità e nel Medioevo va riferito principalmente alla sfera antropologica più che a quella geografica: infatti, esso non è inteso come nozione stabile, ma come qualcosa di fluttuante, che si allarga nell’Antichità e si restringe nel corso dell’Alto Medioevo, per poi tornare a dilatarsi nuovamente nei secoli successivi. Concetti come oscurità, gelo, tenebrosità, barbarie, bellicosità e tutto ciò che ri- guarda usi, costumi e stili di vita veri o fittizi delle popolazioni servono in sostan- za a distinguere il Nord dalle altre parti dell’Eurasia. Settentrione in sostanza è quanto si differenzia, opponendosi, al mondo circum-mediterraneo: opposizione, tuttavia, che non si giustifica semplicemente con la mancanza di una facilmente percorribile via di comunicazione, sia marittima che terrestre, tra Nord e Sud; ma anche e soprattutto dalla mancanza di una continuità sul piano culturale: la Scizia, tanto per fare un esempio, era relativamente vicina alle terre “civilizzate” dell’Europa Meridionale, ma la sua totale diversità etnica e climatica la faceva ap- parire come parte di un alter orbis. Il primo tentativo, di cui si hanno notizie, di stabilire un collegamento ma- rittimo tra Mediterraneo e i mari del Nord non portò ad alcun risultato concreto, se non alla constatazione che la penetrazione nell’Atlantico Settentrionale e nel Mar Baltico era ostacolata da una natura assai ostile. Pitea, eminente cittadino della co- lonia greco-focese di Massalia (odierna Marsiglia), nonché geografo e commer- ciante, fu incaricato, tra il 340 e il 325 a.C., dalla sua città di compiere un viaggio al di là delle famigerate colonne d’Ercole con l’obiettivo di aprire una via com- merciale con i paesi del nord, con interessi soprattutto per il traffico dell’ambra e dello stagno: quest’ultimo, prestando fede a una testimonianza di Plinio il Vec- chio, pare sia stato importato per la prima volta da un tale chiamato Midacrito, 1 Per la compilazione di questo paragrafo ci siamo valsi in particolar modo del saggio di L. DE ANNA, Il mito del Nord. Tradizioni classiche e medievali, Napoli, Liguori, 1994.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Francesco Sorrenti Contatta »

Composta da 63 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.