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La corrispettività nelle vicende sospensive della prestazione di lavoro

Informazioni tesi

  Autore: Carmen Amato
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Diritto Privato per l'Europa - area Diritto del Lavoro
Anno: 2011
Docente/Relatore: Giampiero Proia
Istituito da: Università degli Studi Roma Tre
Dipartimento: Diritto del Lavoro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 224

La tesi ha l'obiettivo di riprendere la vexata quaestio circa il congruo inserimento del contratto individuale di lavoro all'interno della categoria civilistica dei contratti sinallagmatici. In particolare, guardando allo sviluppo - quantitativo e qualitativo- della fattispecie sospensive della prestazione di lavoro che consentono al lavoratore di non prestare la propria opera ma, allo stesso tempo, di mantenere la retribuzione, ci si chiede se non esistano taluni diritti fondamentali della persona (dal diritto alla salute, alla genitorialità e simili, - oggi, peraltro, riconosciuti anche a livello comunitario all'interno della Carta di Nizza-) in nome dei quali non sarà mai possibile ridurre semplicisticamente il rapporto di lavoro a mero scambio tra lavoro effettivo vs. pagamento del salario. La riflessione appare ancora più urgente e decisiva se calata nell'attuale periodo storico in cui sembra esserci, paradossalmente, un ritorno a tesi tipiche del primo Barassi ovverosia pre - Costituzionali e proprie dei primi anni del '900 in cui i diritti sociali erano ancora tutti da costruire.

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6 Presentazione: Il sovraccarico politico-ideologico e i diversi contenuti della corrispettività nel contratto di lavoro.(*) Tutte le branche del diritto prestano, alcune più altre meno, il fianco alla politica. Come evidenziato da un noto autore 1 , sarebbe vera ipocrisia negare quell’ovvietà, peraltro già messa in luce dai primi teorici del diritto 2 , per cui quando si crea o si interpreta una norma lo si fa anche e soprattutto alla luce delle idee di “appartenenza” 3 . Le ideologie politiche si riflettono inevitabilmente nelle costruzioni dottrinali dell’interprete, dirà uno dei “padri costituenti” 4 . Il diritto del lavoro, però, è stato particolarmente “martoriato” in tal senso, dalle sue origini fino ad oggi. La prima grossa operazione politica compiuta a suo danno è stata messa in atto paradossalmente quando esso neppure esisteva e manipolando proprio il concetto civilistico di corrispettività. Ed infatti, come meglio si avrà modo di approfondire nel prosieguo, approfittando del vuoto normativo del codice civile del 1865 che non disciplinava il lavoro subordinato 5 , limitandosi a distinguere, in maniera, peraltro, scarsamente esauriente, fra la “locatio operis” e la “locatio operarum”, un giurista esperto quale il Lodovico Barassi è riuscito negli anni a cavallo fra i ‘20 e di ‘30 a stravolgere “ab origine” un diritto che per sua natura doveva guardare alla società, ed essere in tal senso “sociale” 6 , per farne l’“ancella” del diritto civile. (*)Un particolare ringraziamento va al prof. Lorenzo Zoppoli – dalla cui Scuola fieramente provengo- per i numerosi spunti di riflessione, la paziente lettura critica di quanto scritto e talune informazioni altrimenti introvabili. 1 Ci si riferisce a U. Romagnoli, “La costituzione delegittimata”, in AA.VV.“Studi in onore di Giorgio Ghezzi”. Milano, Cedam, 2005. 2 Fra cui il Tarello, Atteggiamenti culturali sulla funzione del giurista-interprete, in ID Diritto, enunciati, usi, Bologna 1974. 3 In maniera molto efficace il prof. Romagnoli nella nota n. 14 contenuta alla pag. 1517 del saggio sopra citato afferma che il giurista non può occultare le proprie opzioni di fondo perché non è un “paragonabile ad un tecnico. Ad un idraulico, per esempio” ma è un “politico del diritto, come Giugni non si stanca di dire”. 4 Il riferimento è a Mortati, “Problemi di politica costituzionale”, in Problemi di politica costituzionale. Raccolta di scritti, IV, Milano, 1972. p. 187 e ss. 5 Che tale codice fosse per lo più indifferente al fenomeno del lavoro subordinato appare dato certo ed acquisito dalla maggioranza della dottrina. Lo stesso Romagnoli in op.cit., pag. 1513, considera il codice civile ottocentesco come “un codice che elegge ad eroe il proprietario terriero e non l’imprenditore; un codice dell’avere e non del fare che richiede un esteso impiego di manodopera salariata; un codice le cui molte e vistose lacune in materia di lavoro non potevano essere colmate se non utilizzando materiali di riporto”. 6 Che il lavoro rappresenti per sua natura un fondamentale “punto di orientamento per una visione complessiva degli interessi della vita associata e, quindi, uno strumento cardine per la formazione di un nuovo senso di solidarietà sociale” è dato su cui in molti sono convenuti e fra i primi il Mortati a cui appartengono le espressioni sopra riportate fra virgolette e tratte da Vardaro, Il diritto del lavoro, Milano, 1989, p. 41.

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