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L’arbitrato commerciale internazionale. Il riconoscimento del lodo annullato nel paese d’origine ex articoli v(1)(e) e vII convenzione di New York del 1958

Alle soglie del nuovo millennio, in era di pieno sviluppo tecnologico, i confini nazionali degli Stati stanno progressivamente perdendo l’importanza strategica che, fino solo a qualche decennio fa, hanno occupato nell’ambito della regolamentazione dei rapporti economico-fnanziario-commerciali.
Il fenomeno della “globalisation” avanza a ritmo serrato. I mezzi di comunicazione e di trasporto merci sono sempre più efficienti e veloci. Alla posizione tradizionalmente riservata al pubblico nell’ambito della prestazione di determinati servizi (public utilities) si sta ogni giorno di più sostituendo od affiancando il privato.
In una simile situazione non v’è da stupirsi che gli operatori del commercio internazionale non si sentano più sufficientemente garantiti e soddisfatti dai tradizionali strumenti ordinari di amministrazione della giustizia. Le Corti giudiziarie nazionali non sono attrezzate (e prima ancora non lo è il legislatore) per far fronte alle nuove fattispecie litigiose che sorgono dalla redazione dei contratti stipulati tra questi soggetti. E quand’anche ciò, in ipotesi, non fosse dovuto alla specificità tecnica della materia del contendere, rimarrebbe comunque il problema dell’oggettiva ignoranza dei giudici statuali in riferimento alle basilari regole che tradizionalmente reggono la contrattazione transnazionale (vedi, ad esempio, Lex Mercatoria).
Assume così una straordinaria importanza la possibilità di disporre di forme alternative di risoluzione delle controversie, le quali, come noto, si compendiano principalmente nell’istituto del cosiddetto “International Commercial Abitration”.
La storia di questo istituto è lunga e travagliata. Nasce (o, meglio, rinasce), nell’epoca contemporanea, con le sfortunate Convenzioni di Ginevra del 1923 e 1927 ed approda poi a risultati di ben maggiore rilievo con la Convenzione di New York del 10 giugno 1958 sul Riconoscimento e l’Esecuzione di lodi Arbitrali Stranieri (New York Convention on the Recognition and Enforcement of Foreign Arbitral Awards).

Scopo di questo lavoro di ricerca è proprio l’analisi delle ultime vicissitudini applicative della sopraccitata Convenzione, con specifico riferimento ad un nuovo, e per certi tratti, rivoluzionario indirizzo giurisprudenziale inaugurato dalla Cour de Cassation francese e dalla Supreme Court statunitense in tempi relativamente recenti (il primo caso data 1994): si tratta del fenomeno che nel prosIeguo dell’opera verrà definito con l’espressione “recognition notwithstanding annulment” e che più estesamente può definirsi come “riconoscimento del lodo straniero nonostante il pregresso annullamento subito dal medesimo laddove è stato reso (i.e.: “Paese sede”, o “Paese di celebrazione dell’arbitrato”, o “Paese d’origine”).
Ai fini dell’indagine saranno analizzate in particolare due norme della New York Convention, ovvero gli artt. V (comma 1, lettera e) e VII.
Le problematiche giuridiche, e non, coinvolte dal suddetto fenomeno giurisprudenziale sono numerose e complesse, e per buona parte sembrerebbero condurre, almeno a primo acchito, a dover formulare su di esso un giudizio decisamente negativo: dal dubbio sull’efficacia dell’ ‘International Commercial Arbitration’ quale reale, utile strumento di tutela alternativa alla giustizia ordinaria, al rischio di un involuzione nella sua crescita e diffusione nei Paesi che ad oggi ancora non hanno aderito alla Convenzione di New York, alla presunta violazione del principio della sovranità statuale e alla compromissione dei rapporti di “international comity” tra Stati.
Non mancano, tuttavia, pur se meno evidenti, anche gli aspetti positivi, quali, primi tra tutti, l’occasione di ottenere una maggiore effettività delle decisioni arbitrali internazionali e l’opportunità di creare, di fatto, un “meccanismo di barriera” contro l’efficacia ultra limina di quelle sentenze di annullamento degli “international awards” ...

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8 INTRODUZIONE Alle soglie del nuovo millennio, in era di pieno sviluppo tecnologico, i confini nazionali degli Stati stanno progressivamente perdendo l’importanza strategica che, fino solo a qualche decennio fa, hanno occupato nell’ambito della regolamentazione dei rapporti economico- fnanziario-commerciali. Il fenomeno della “globalisation” avanza a ritmo serrato. I mezzi di comunicazione e di trasporto merci sono sempre più efficienti e veloci. Alla posizione tradizionalmente riservata al pubblico nell’ambito della prestazione di determinati servizi (public utilities) si sta ogni giorno di più sostituendo od affiancando il privato. In una simile situazione non v’è da stupirsi che gli operatori del commercio internazionale non si sentano più sufficientemente garantiti e soddisfatti dai tradizionali strumenti ordinari di amministrazione della giustizia. Le Corti giudiziarie nazionali non sono attrezzate (e prima ancora non lo è il legislatore) per far fronte alle nuove fattispecie litigiose che sorgono dalla redazione dei contratti stipulati tra questi soggetti. E quand’anche ciò, in ipotesi, non fosse dovuto alla specificità tecnica della materia del contendere, rimarrebbe comunque il problema dell’oggettiva ignoranza dei giudici statuali in riferimento alle basilari regole che tradizionalmente reggono la contrattazione transnazionale (vedi, ad esempio, Lex Mercatoria). Assume così una straordinaria importanza la possibilità di disporre di forme alternative di risoluzione delle controversie, le quali, come noto, si compendiano principalmente nell’istituto del cosiddetto “International Commercial Abitration”. La storia di questo istituto è lunga e travagliata. Nasce (o, meglio, rinasce), nell’epoca contemporanea, con le sfortunate Convenzioni di

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Manuel Tropea Contatta »

Composta da 281 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.