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La finanziarizzazione dell'economia e le sue conseguenze

Informazioni tesi

  Autore: Roberta Marongiu
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze economiche, giuridiche e politiche
  Corso: Governance e Sistema Globale
  Relatore: Gianfranco Bottazzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 136

In questa tesi ho voluto analizzare le cause e le conseguenze della finanziarizzazione dell’economia, intesa come la diffusa e accresciuta importanza delle attività finanziarie nel sistema economico, che viene considerata la causa scatenante della crisi economica globale che ha avuto origine tra il 2006 e il 2007 negli Stati Uniti, a seguito dello scoppio della bolla speculativa immobiliare. La crisi è stata devastante e ha investito in primo luogo gli istituti bancari e assicurativi (alcuni dei quali sono falliti, come è accaduto alla Lehman Brothers) ma la maggior parte sono stati salvati dal governo, con un grande esborso di denaro, causando le critiche, poi diventate proteste, della popolazione.
Nonostante la crisi nasca come finanziaria le conseguenze si sono riverberate anche nella cosiddetta economia reale, essendo aumentata la disoccupazione, diminuiti produzione e consumi e aumentate le richieste di sussidi per la popolazione in difficoltà. Mentre la situazione economica statunitense tende al miglioramento, lo stesso non si può dire per quella europea. Il vecchio continente, infatti, pur non essendo l’epicentro della crisi è stato travolto dalla crisi di liquidità statunitense, anche se, bisogna osservare che le banche europee nel corso degli anni hanno goduto di un accresciuto potere, tanto da riuscire ad accantonare l’importanza dell’economia reale. Le attività speculative incontrollate e il ruolo centrale della Borsa Valori hanno fatto sì che fosse più importante il valore in borsa di un’azienda, piuttosto che il suo fatturato.
Dal 2008, dunque, l’Europa attraversa una profonda recessione, e i Paesi tutt’ora più colpiti sono la Spagna, l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e l’Italia. Ma c’è un altro piccolo paese che ha suscitato grande interesse per le modalità attraverso le quali istituzioni e popolazione hanno fatto fronte alla crisi. Si tratta dell’Islanda, un paese periferico e molto piccolo che ha subito una delle crisi più devastanti in rapporto alle dimensioni di un’economia, stando alle valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che ha avuto modo di intervenire in Islanda, concedendo un prestito al Paese per consentirne la ripresa economica. La storia recente dell’Islanda descrive un paese dall’economia florida a partire dagli anni 2000, grazie ad un decennio di politiche neoliberiste che hanno dato ampio spazio di manovra agli istituti finanziari, che hanno compiuto le loro attività speculative, principalmente all’estero. Queste attività hanno superato l’800% del PIL del Paese, una cifra esorbitante, anche per la piccola economia islandese. La crisi dei subprime statunitensi indebolisce i mercati internazionali e contribuisce al default islandese, anche se molti analisti ritengono che la crisi islandese sarebbe scoppiate indipendentemente dagli Stati Uniti. Dunque tra il 2006-2007 le banche islandese si trovano con un debito estero spropositato e finiscono in bancarotta. Il governo e la Banca Centrale Islandese (che, ricordo, non fa parte dell’UE) decidono di non salvare le tre più grandi banche del Paese, ma pongono i tre istituti in liquidazione amministrativa, che permane tutt’ora, e impongono la creazione di tre nuove banche nelle quali pongono i mutui e i risparmi della popolazione islandese, per permettere al Paese di ripartire. Lo stesso trattamento non è riservato alle attività estere delle banche, e i depositi dei correntisti olandesi e inglesi del conto corrente online, ICESAVE, di proprietà della Landsbanki, vengono congelati. Si tratta di circa 7 miliardi di euro che i governi inglese e olandese anticipano alla popolazione, ma che vogliono rimborsati dal governo islandese. L’accordo, anche grazie alla mediazione del FMI sembra esserci, ma si scontra con la volontà della popolazione di opporsi al pagamento del debito privato dei banchieri islandesi. Non vogliono sottostare al principio secondo cui i guadagni non si spartiscono mentre le perdite vanno collettivizzate. Esprimono il loro disaccordo in due referendum. Il nodo diplomatico non è ancora stato sciolto, si attende il pronunciamento della corte dell’EFTA entro fine 2012 e inizi 2013, la quale potrebbe rovesciare il risultato referendario e stabilire le modalità di rimborso del debito. La popolazione, oltre ad aver ottenuto le dimissioni del governo in carica durante lo scoppio della crisi, ha fatto processare politici e banchieri ritenuti responsabili del default, si è resa protagonista anche di un processo di revisione costituzionale, il quale iter è attualmente in corso, alla ricerca dell’approvazione in Parlamento di un testo elaborato da una assemblea formata da 25 cittadini comuni, che hanno posto le basi per la nuova Islanda, regolandone i meccanismi economici ed evitando lo strapotere degli istituti bancari, riportando, insomma, l’attenzione sull’economia tradizionale.

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- 2 - Introduzione La crisi finanziaria rappresenta l’esito della finanziarizzazione dell’economia che, di conseguenza, ha eroso la preminenza dell’economia reale. La finanziarizzazione, contrariamente a quanto si possa pensare, ha origini antiche, strettamente legate alla storia del capitalismo. Le prime cri- si finanziarie sono note già alla fine dell’800 1 e agli inizi del ‘900. La Gran- de Crisi del ’29, altro non è che il crollo della borsa valori newyorkese cau- sata, tra l’altro, dalla cattiva gestione delle aziende industriali, finanziarie e bancarie e dall’eccesso di prestiti concessi a carattere speculativo. Tratti caratteristici della finanziarizzazione, come la liberalizzazione dei flussi di capitali e la preminenza dei servizi finanziari, hanno avuto effetti negativi in relazione all’occupazione, ai consumi e alla produzione. Principio sotte- so alla liberalizzazione è l’esclusione dell’interventismo statale dalle scelte economiche nazionali, anche se questo aspetto non ha escluso una sorta di collusione, o di tacita accettazione dei governi, rispetto alle manovre fi- nanziarie dei cc. dd. investitori istituzionali. Le cause delle crisi speculative affondano le loro radici nel disequili- brio che ha permeato il mercato del lavoro nel modello capitalistico occi- dentale, dovuto alla de-regolazione concretizzata nella riduzione dei salari dei lavoratori costretti, in questo modo, a ricorrere ai redditi da capitale e ai prestiti facili delle finanziarie. I prestiti dovevano garantire ai consumato- ri tenori di vita simili a quelli del passato pur avendo, di fatto, un reddito in- feriore. Questi elementi indicano la crisi del capitalismo, un modello di produzione nato per assicurare benessere e ricchezza alla popolazione. Per analizzare, in concreto, le distorsioni del capitalismo finanziario ho deciso di approfondire un caso specifico e in qualche misura sui generis: la crisi islandese 2 . Essa mostra le criticità del settore finanziario, per altro presenti nella maggior parte dei paesi colpiti dalla crisi, ma risulta emble- 1 La crisi esplosa nel 1873-1895, definita anch’essa “Grande Depressione” si caratterizza per la concentrazione industriale e finanziaria, interventismo statale nell’economia e burocratizzazione. 2 La scelta è ricaduta sull’Islanda poichØ tra le varie crisi (greca, spagnola, italiana, irlandese), quella islandese si presentava come la piø drammatica e la meno conosciuta, in quanto i media, a parte qualche eccezione, non hanno dato spazio alla vicenda. L’Islanda appare come un laborato- rio, dove gli esperimenti degli scienziati vengono testati su piccola scala. Di solito il laboratorio è il passaggio propedeutico per la genesi della teoria che a questo punto dovrebbe essere valida su ampia scala.

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