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Dostoevskij a teatro: le messinscene di "Delitto e castigo" dalla Francia all'Italia

L’adattabilità di Delitto e castigo a teatro la ritroviamo in primo luogo nello spazio, in cui si possono rintracciare delle caratteristiche fondamentali che lo rendono adatto a una trasposizione scenica. Infatti la città altro non è che un bunker labirintico, uno spazio chiuso e ben circoscritto, dove gli stessi luoghi ritornano più volte all’interno della storia in un percorso cieco che il protagonista compie quasi inconsapevolmente immerso nel proprio delirio.
L’ambiente, rappresentato in tutto il suo degrado, è l’ostacolo nel quale Raskolnikov si deve immergere per recuperare il contatto con gli uomini e salvare la propria coscienza. Per vincolare i suoi personaggi alla necessaria accettazione di questo mondo, lo spazio si presenta serrato e senza via d’uscita. Ogni luogo è a sua volta chiuso e delinea un quadro teatrale, dove gli spazi limitrofi: le scale, le porte e le soglie, fungono da punti nevralgici in cui l’azione si carica di tensione. Sono gli elementi fondamentali con la quale i registi, e soprattutto gli scenografi, si sono dovuti confrontare per la messinscena di Delitto e castigo che ritrova i suoi momenti di vibrazione proprio nei limiti spaziali. La scenografia dello spettacolo si dimostra così fondamentale e deve saper valorizzare lo stato di tensione che si viene a creare in certe situazioni proprio nel passaggio dalla scena al fuori scena.

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INTRODUZIONE Delitto e castigo è l’opera di morte e di rinascita con la quale Dostoevskij si afferma nel panorama letterario e fa dello scrittore uno dei più grandi romanzieri. Il romanzo nasce da una lenta e meditata maturazione dell’autore in seguito alla mancata fucilazione e alla terribile esperienza dell’ergastolo nelle lontane terre della Siberia. Le steppe e i desolati monti, dove è disperso il reclusorio, acquistano un valore iniziatico in cui lo scrittore scopre, nel suo meraviglioso popolo, il significato originario e primitivo dell’uomo vero, non contaminato da artefatti intellettualismi. Tutto in questo luogo riacquista un senso profondo, primordiale, e Dostoevskij riesce quasi ad arrivare alla verità più intima dell’uomo. Proprio nel teatro del reclusorio lo scrittore affronta un’esperienza di teatro vero, fatto da un repertorio popolare che riprende le storie più antiche, tramandate oralmente, dove i forzati, nella messinscena dello spettacolo ritrovano la loro fanciullezza, il gioco più ingenuo, tutte quelle caratteristiche autentiche che riaffermano la dignità e l’orgoglio di essere ancora uomini. Il teatro ritorna così ad essere collaborazione, unione e condivisione, e insegna all’uomo il valore della collettività. Dostoevskij in questi durissimi anni è solo, distante dalla propria famiglia, dagli amici e soprattutto dalla sua terra, ma nella lettura del Vangelo riacquista la speranza e trova il modo per relazionarsi e per comunicare con l’animo semplice dei forzati, abbandonando le ideologie politiche, ormai eccessivamente sporcate da intellettualismi che distanziano gli uomini e danno origine a pericolosi personalismi che sfociano in superbia, nichilismo e incapacità di amare. L’origine del romanzo è fondamentale per rintracciare l’importanza del valore religioso e popolare dell’opera, che caratterizza innanzi tutto il pensiero dello scrittore, che in seguito alla terribile esperienza di prigionia, risulta rinnovato sul piano artistico e spirituale. Dosotevskij infatti diventa celebre in Francia, prima di diffondersi nel resto dell’Europa, grazie al libro Le roman russe di V ogüé del 1886, che dedica allo 2

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Carlo Ghirardi Contatta »

Composta da 205 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.