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Saul Kripke: analisi modale del significato

«Oh Captain, my captain, he called, smiling.
I have discovered a truth-value that is neither true nor false, and yet both».

L’introduzione reca una citazione tratta da Jonathan Farley, giovane matematico, noto, tra l’altro, per aver applicato il sistema reticolare alla teoria della verità. Così, potremmo semplicisticamente dire che, sulle basi dell’algebra booleana, egli è giunto alla conclusione secondo cui il valore della verità non è né vero, né falso e sia vero sia falso. La verità è la pietra di paragone su cui si è giudicato il reale, in base al bipolarismo vero-falso. Ma vero e falso sanciscono, ancora nel presupposto realistico-oggettivistico della logistica, il carattere metafisico della verità interpretandola come fattualità, come esistenza. È possibile pensare che la natura epistemologica della verità emerga propriamente solo con la nascita dei paradossi, vale a dire non nel vero e nel falso ma nella loro congiunzione. La mancanza di un accordo tra linguaggio e realtà ricorda a ciascuno di noi, la verità come prodotto di un sapere separato dalla vita, nitzscheanamente intesa come invenzione. Ciò che allora si determina è la non-significanza del tutto.
La necessità è allora quella di una riconfigurazione del mondo a partire dal linguaggio, iniziando a determinare il significato dei nomi.
Lo studio del pensiero di Kripke si rivela, a tal proposito, ricco di contributi. Innanzitutto quelli da registrarsi a livello semantico. Egli muove da un’ audace critica alla teoria descrittivista per focalizzare due versioni in cui il significato è garantito. Una, per così dire, debole trasmessaci in forma di immagine del riferimento diretto, relativa ai nomi di genere. E l’altra, che chiameremo forte, formulata in rispondenza ai designatori rigidi. Questi si rivelano il campo d’applicazione più fruttuoso da un punto di vista epistemologico. Il fatto che tali nomi valgano come necessari, non solo risponde al tema di identità tra nome e significato, ma soprattutto, ci apre le porte per una disamina della nozione di necessità. Essa, come abbiamo affrontato, costituisce una vera e propria rivoluzione epistemologica. La ragione è da individuarsi nell’errata classificazione dell’apparato gnoseologico spaccato a metà tra quegli asserti analitici- ossia a priori- e quegli asserti sintetici- a posteriori. In particolare, questi ultimi sembravano soffrire del grave vizio di un apporto conoscitivo mai sufficientemente valido, evidentemente connesso alla mutevolezza del reale. La svolta Kripkeana si colloca nella stipulazione di una connessione tra analitico- in quanto necessario- e a posteriori. Gli asserti dell’astronomia- corre d’obbligo il riferimento al celeberrimo enunciato Espero = Fosforo- sono salvi!
Per concludere, la nuova nozione di necessità apre un intero regno in cui la valutazione della verità modale si connette alla logica dei mondi possibili. Kripke pensò la verità sulla base di quella struttura-modello, data da un certo modello e un insieme di mondi alternativi a cui il modello stesso appartiene, che tra i suoi numerosi pregi quello di essere formulato nei termini di un metalinguaggio, direi tradizionale, vale a dire basato sulla logica degli insiemi.

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1 PREMESSA «Oh Captain, my captain, he called, smiling. I have discovered a truth-value that is neither true nor false, and yet both» 1 . Molteplici sono le trame di cui è intessuta la logica. L’obbiettivo che ci si propone è evidenziare, nella presente introduzione, alcune svolte cardine che fungono da bussola orientativa per l’analisi modale del significato in Saul Kripke. La culla della filosofia è la grecità 2 , cosi che non c’è da stupirsi nel riconoscere in Aristotele il padre della logica. Con lo Stagirita nasce quella che oggi si definisce logica formale con la quale si intende l’apodittica aristotelica, vale a dire la «dottrina della scienza deduttiva o sillogistica». 3 Essa è, in prima istanza, una questione di forme. La logica da cui si prenderà le mosse ricalca la speculazione sui cosiddetti modi di sillogismo di Barbara, Celarent, Darii e Ferio e i corrispettivi della loro necessità. Questi erano dunque sorti dalla concezione che le proposizioni scientifiche potessero avere solo due nature; erano o costituenti fissi e immutabili- le cosiddette costanti logiche- o costituenti mutevoli. 1 Johnathan Farley, The Dream of Captain Carib, The Harvad Review of Philosophy, primavera 1991. 2 È qui presente un implicito richiamo all’identificazione della Grecia come culla della civiltà. Cfr. E. Husserl, La crisi dell’umanità europea e la filosofia in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 1961. 3 F. Barone, Il neopositivismo logico, Laterza, Bari 1977, p.15.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Sabrina Arlotta Contatta »

Composta da 101 pagine.

 

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