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Il riconoscimento della bellezza. Basi neurofisiologiche del piacere estetico

Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Malatesta
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Camillo Di Giulio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

Perché alcune immagini risultano più attraenti di altre? Perché l’arte visiva (che sia pittura, scultura ecc.) provoca piacere? Come facciamo quindi a riconoscere la bellezza e come fa l’artista a sapere quali forme, quali gesti, quali schemi cattureranno meglio e più a lungo l’attenzione del suo pubblico? È chiaro che per rispondere a queste domande è ormai necessario un serrato confronto tra il mondo dell’arte (e con esso l’imprescindibile analisi del contesto storico, sociale, culturale) e quello delle neuroscienze dato che pare ormai un assioma incontrovertibile quello per cui “non si vede con gli occhi, ma con il cervello”. Si procederà quindi con una esposizione di quali sono i “centri del piacere” del cervello umano e di come essi “producono” la sensazione di piacevolezza, per poi passare in rassegna delle opere scelte di vari artisti, diverse sia per epoca che per espressione estetica e stilistica, cercando di analizzare i modi in cui il cervello interpreta certe figure, certi colori, certi gesti, certi schemi rappresentati. Si ritiene che tale ricerca non possa prescindere inoltre da una breve panoramica sulle attuali ricerche (anche per l’appunto nel campo della “nauroestetica”) della neurofisiologia sui neuroni specchio che, per ora, sembrano essere responsabili anche del riconoscimento della bellezza attraverso dei meccanismi di simulazione interna di ciò che viene osservato. Questa esplorazione compiuta intrecciando i fili del mondo dell’arte e delle neuroscienze, sia d’auspicio per un futuro e duraturo dialogo che potrebbe essere in grado di sciogliere parecchi e affascinanti nodi sul funzionamento della mente umana che ancora attendono d’essere scoperti.

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4 INTRODUZIONE La bellezza è un concetto facilmente fraintendibile: molti scommetterebbero che nulla abbia a che vedere con la scienza. Gli esseri umani sono abituati a convivere con la dimensione estetica quotidianamente, quasi fosse un accidente non necessario al normale svolgimento delle loro esistenze, considerandola solamente una funzione superiore dell’evoluta mente umana, certo rafforzata dal cervello, ma non collegata in modo particolare o esclusivo a qualche sua parte. Questa concezione comune ha sicuramente condizionato per tanto tempo neuroscienziati e psicologi, che raramente si sono avventurati in profonde ricerche sull’estetica capaci di fornire provate basi neurofisiologiche ai processi ad essa sottesi. Eppure sembra palmare che, se alcuni stimoli provenienti dal mondo esterno attivano più di altri precisi meccanismi deputati ad infondere piacere, tali automatismi abbiano un’ancestrale base non solo genetica, ma anche neurobiologica. A partire dagli anni ’90 però, si è assistito ad un notevole cambiamento di rotta in tal senso, probabilmente in concomitanza e a seguito di importanti scoperte sul cosiddetto “cervello visivo”, come ad esempio l’identificazione, intorno alla corteccia visiva primaria, di aree altamente specializzate necessarie per la visione normale. È infatti assai recente la concezione per cui “non si vede con gli occhi, bensì con il cervello”. La visione era considerata un processo in larga misura passivo attraverso il quale un’immagine, una volta impressa sulla retina, veniva ricevuta dalla corteccia visiva per essere decodificata ed analizzata; dopo di che sarebbe stata interpretata in un’altra zona del cervello sulla base di informazioni presenti e passate. Ma l’idea di un’immagine “impressa” sulla retina è forse ben lontana dal render giustizia alla realtà: la funzione della retina costituisce un vitale stadio iniziale in un elaboratissimo meccanismo che da essa si estende alle aree superiori del cervello. La retina sarebbe dunque un filtro dei segnali visivi, delle variazioni di intensità della luce e delle differenze di composizione spettrale, ma includerebbe solo alcuni dei potenti meccanismi che permettono di scartare le informazioni superflue selezionando soltanto quelle necessarie alla rappresentazione dei caratteri permanenti ed essenziali degli oggetti. Gran parte di

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