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La colpa innocente. Lo sguardo cinematografico sulle interferenze ambientali nello sviluppo adolescenziale: Loach, Jordan, Bellocchio, Van Sant

Quando si parla di violenza e di devianza giovanile è doveroso accantonare le interpretazioni comode e semplicistiche della tara caratteriale, della predisposizione innata, della cattiveria - tradizione interpretativa che va per altro dal peccato originale secondo Sant’Agostino fino alla pulsione di morte freudiana - e piuttosto avere il coraggio di ripensare i presupposti, i modelli, la cultura di una società che, come dice Erikson, fa dell’educazione uno strumento per perpetuare se stessa.

Ho voluto analizzare le declinazioni che questo tema assume in quattro film che si distinguono per la ricchezza di sfumature e per la complessità con cui viene trattato l'argomento. Protagonisti sono gli adolescenti, perché proprio nell’adolescenza, con la riorganizzazione pulsionale, i nuovi investimenti oggettuali e i tentativi di definire un’identità propria, emergono i conflitti e le problematiche che dall’infanzia erano rimaste per lo più latenti. Attraverso l’analisi di questi quattro film è possibile focalizzare l’attenzione su tematiche specifiche e allo stesso tempo cogliere lo sviluppo diacronico delle impostazioni educative dalla monoliticità della famiglia borghese, di assetto edipico, carica di tensioni ma obbligatoriamente unita, allo spaesamento post sessantottino.
Stereotipizzazione rassicurante, provincialismo senza speranza, colpevolizzazione della vittima, fenomenologia del vuoto interiore: quattro aspetti dell’esperienza adolescenziale, nel confronto - scontro col mondo esterno. Quattro risvolti di un modello educativo occidentale che, per il bene dei propri figli e della società stessa , farebbe bene a ripensare radicalmente i suoi principi.

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4 Introduzione La storia del cinema mondiale annovera centinaia di film dedicati al mondo giovanile. Nella sua straordinaria capacità di descrivere le grandi trasformazioni sociali, il cinema ne ha seguito la parabola, le problematicità, i cambiamenti, le crisi. A partire da una gioventù spensierata, come quella del cosiddetto “neorealismo rosa”, che, nel secondo dopoguerra, dimentica i rigori e le sofferenze del conflitto mondiale e si dedica agli amori, alle abitudini, alle piccole gelosie. Si fa largo la descrizione di un rapporto con la realtà come deformazione caricaturale dei suoi aspetti più pittoreschi e innocuamente popolari, che trova il proprio sfondo ideale in una provincia dominata dal campanile e da antichi e solidi valori contadini, appena turbati dall'incedere della modernità. Diversa la situazione nel cinema hollywoodiano degli anni ’50. Attraverso i volti dei nuovi divi Marlon Brando e James Dean, i timori dell’America maccartista si traducono cinematograficamente nella descrizione di vite disordinate, anticonvenzionali, sradicate da qualsiasi contesto. L’effetto è piuttosto antirealistico in verità, a causa di una recitazione da Actor’s studio fatta di mimica plateale, discorsi retorici ed eccessiva stilizzazione. E anche il messaggio è contraddittorio, all’apparenza contestatario ma sotto sotto profondamente conservatore: la ribellione non è contro lo status quo, ma contro la difficoltà di farne parte, aspirazione che i giovani protagonisti continuano ad esprimere. E Hollywood suggerisce come la soluzione e la scelta giusta sia la fiducia nel potere, nell’autorità, pacificante e chiarificatrice. Parallelamente il melodramma, su tutti i drammi di Douglas Sirk, descrive lo sgretolamento della famiglia patriarcale di stampo borghese nell’impatto con l’economia industriale. Il quadro è ancora molto convenzionale e

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Barbara Nazzari Contatta »

Composta da 94 pagine.

 

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