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Biodiversità molecolare in ecotipi di cicerchia (Lathyrus sativus L.)

La globalizzazione dei mercati e le attività antropiche sono tra le principali cause che hanno determinato la scomparsa di un gran numero di varietà vegetali.
A partire dalla seconda metà del XX secolo si è assistito ad una progressiva diminuzione della diffusione di molte specie di interesse agrario, un tempo ampiamente coltivate ed utilizzate per l’alimentazione umana, che oggi rischiano l’estinzione (Negri, 2002). Per quanto riguarda le leguminose è stato stimato che la diversità genetica ha subito un decremento pari a circa il 60% tra il 1950 ed il 1993 (Hammer et al., 1996). Questa perdita di variabilità è avvenuta a scapito quasi esclusivo degli ecotipi locali rapidamente soppiantati dalle nuove cultivar, più produttive, introdotte sul mercato dalle grandi multinazionali sementiere. La sopravvivenza degli ecotipi autoctoni è attualmente relegata ad areali con particolari condizioni pedoclimatiche in cui operatori, perlopiù anziani, praticano ancora forme di agricoltura tradizionali.
Il nostro lavoro si è basato sulla caratterizzazione molecolare di 12 ecotipi di Cicerchia (Lathyrus sativus L.): Siciliano, Valle Agricola, San Gerardo, San Rufo, Castelcivita, Grottaminarda, Carife, Colliano, Calitri, Campi flegrei, Montefalcone e Caposele.
Gli studi molecolari eseguiti fino ad oggi su alcuni di questi ecotipi si sono basati sull’utilizzo di AFLP e SSR (Lioi et al. 2011).
In questa tesi ci si è concentrati principalmente sul genoma extranucleare utilizzando 10 marcatori molecolari SSR del cloroplasto ed analizzando la variabilità a livello di sequenza per i geni ITS, trnL e rbcL.
Lo scopo principale è stato quello di studiare la Biodiversità molecolare di questi ecotipi e valutare i rapporti evolutivi presenti tra essi.
I risultati hanno evidenziato che il sequenziamento dei geni del cloroplasto (RbcL e TrnL) e della regione interstiziale (ITS), nonostante sia una valida tecnica per discriminare specie affini, non ha permesso di confrontare ecotipi della stessa specie. Al contrario, l’utilizzo dei cpSSR, ha permesso di indagare nell’ambito della specie, rilevando i polimorfismi di maggior rilievo.

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3 1.1 Il concetto di Biodiversità La diversità biologica è il risultato di quattro miliardi di anni di evoluzione, periodo in cui si sono sviluppate sulla terra circa 30 milioni di specie viventi, ancora oggi non tutte classificate. La prima manifestazione di attenzione pubblica alla diversità delle forme di vita esistenti sul nostro pianeta si può far risalire al 1988, quando l’United Nations Environmental Programme (UNEP), nominò una commissione costituita da un gruppo di esperti a cui fu affidato l’incarico di valutare lo stato della biodiversità e di definire le linee guida per la messa a punto di una convenzione internazionale per la difesa. Il 5 maggio 1992 venne stilata la “Convenzione sulla Biodiversità” che venne firmata dagli stati membri durante la Conferenza delle Nazioni Unite, oggi conosciuta come “Earth Summit di Rio de Janeiro”. Venne definito, con il termine Biodiversità «la variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi gli ecosistemi terrestri, marini ed altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell’ambito delle specie, tra le specie e la diversità degli ecosistemi» (Fig.1). Figura1: Rappresentazione della Biodiversità La Convenzione ha previsto l’identificazione ed il monitoraggio dei tre livelli: - Genomi e geni di particolare interesse scientifico, economico o sociale;

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Scienze Ambientali

Autore: Michele Caputo Contatta »

Composta da 63 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 672 click dal 28/02/2013.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.