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L'elemento soggettivo del reato di bancarotta societaria - Analisi del criterio d'imputazione soggettiva negli articoli 223 e 224 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267)

Le origini del fallimento. I presupposti soggettivi: individuazione dei soggetti attivi del reato di bancarotta ai sensi degli artt. 223 e 224 l.f., quali persone diverse dal fallito e titolari di cariche societarie, con analisi delle problematiche connesse al problema degli amministratori di fatto e delle funzioni del collegio sindacale. Le omissioni penalmente rilevanti dei membri degli organi societari e loro responsabilità per mancato impedimento dei reati. La commissione diretta del reato di bancarotta, l'oggettività giuridica del reato stesso (bene protetto dalla norma) e l'analisi del grado di lesività delle condotte in collegamento con l'elemento soggettivo, valorizzabile come criterio di delimitazione della tipicità delle condotte penalmente rilevanti a fronte di una generale lacunosità e genericità delle descrizioni legislative. Prospettive di riforma (della legge fallimentare e del codice penale - parte generale).

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CAPITOLO UNICO INTRODUZIONE SOMMARIO: 1. Le origini del fallimento: rapporti tra fallimento e bancarotta. 2. Terminologia: bancarotta impropria o societaria? 3. Ambito della trattazione ed evidenziazione delle difficoltà riscontrate. 1. Le origini del fallimento: rapporti tra fallimento e bancarotta La parola “fallimento”, nel linguaggio comune, indica qualcosa di negativo, un “progetto andato a monte”; anche nel significato più tecnico fallimento riveste lo stesso significato di attività non riuscita, progetto mancato; non per nulla il nome dato alla procedura con la quale si perviene, per fasi successive, alla chiusura di un’attività commerciale è proprio questo, fallimento. E la norma di legge nella quale tale procedura è formalmente contenuta, il R.D. n.267 del 16 marzo 1942, è correntemente conosciuta con il nome, più sbrigativo forse, ma sicuramente più incisivo, di Legge Fallimentare. Fallire in un’attività commerciale non significa peraltro commettere un’azione moralmente o socialmente riprovevole: si può fallire per i motivi più vari, più o meno dipendenti dalla capacità imprenditoriale dei soggetti coinvolti, più o meno influenzati da crisi economiche su più ampia scala; e, fallendo si possono coinvolgere altri soggetti, trascinarli nel dissesto, provocar loro difficoltà che non avrebbero altrimenti dovuto sopportare; nonostante tutto questo, fallire non è reato. Purtroppo questo concetto è solo apparentemente acquisito nella moderna coscienza economico – giuridica: perché in realtà molto spesso proprio quei soggetti (gli interpreti della legge fallimentare, i giudici, in primo luogo) che più di altri dovrebbero aver

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Valeria Avaltroni Contatta »

Composta da 242 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.