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Rilievi critici della prova scientifica nel processo penale

Informazioni tesi

  Autore: Gabriele Pellicioli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Laurea magistrale a ciclo unico
  Relatore: Filippo Raffaele Dinacci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 206

Uno degli esempi più significativi di applicazione del principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” e di esaltazione delle sue peculiarità è costituito dalla recente sentenza di assoluzione del 2011 emessa in secondo grado dalla Corte di Assise di Appello di Perugia a favore dei due imputati Knox e Sollecito, in riferimento all’omicidio di Meredith Kercher. Il percorso logico seguito dal giudicante nel suo giudizio è meritevole d’analisi, perchè rappresenta «una conquista preziosa» in uno scenario in cui «le proiezioni potenzialmente travolgenti del nuovo approccio [della novella legislativa] sono state in più occasioni sterilizzate da una lettura riduttiva [e minimale] talora accolta dalla dottrina e dalla giurisprudenza».
Rifuggendo dall’idea che la riformulazione del comma 1 dell’art. 533 c.p.p. debba essere declassata a “mera operazione di chirurgia estetica”, dalla decisione della Corte si evince che per poter addivenire ad un provvedimento di condanna non è sufficiente che le probabilità dell’ipotesi accusatoria siano maggiori di quelle dell’ipotesi difensiva, neanche quando siano notevolmente più numerose, bensì occorre che ciascuna fondata spiegazione alternativa all’ipotesi accusatoria sia, secondo un criterio di ragionevolezza, nient’affatto percorribile nella fattispecie.
Già prima facie, si nota che la sentenza ha inteso optare per l’adozione di un peculiare approccio metodologico alla BARD rule, di tipo “qualitativo”. Ben lungi da richiami superficiali o di facciata, il criterio in esame si percepisce costantemente nelle pieghe dell’apparato motivazionale ed innerva ogni passaggio argomentativo, tanto da ergersi a “modo di ragionare” caratterizzato da un metodo “scientifico”. Tale principio, in quanto puntuale oggetto di rinvio, acquisisce un significato giuridico forte quale rigorosa “regola di valutazione delle prove”.
A riprova di ciò, in corrispondenza di ciascun indizio, il giudice di Perugia ha provveduto alla seria verifica nonché alla falsificazione sia della circostanza indiziante sia delle leggi scientifiche e massime di esperienza ad essa applicabili. La sentenza, grazie alla sua meticolosità argomentativa e ad alla sua serrata griglia motivazionale, si è contraddistinta per una tenuta logica ineccepibile e per un impianto di cartesiana chiarezza. L’ineluttabile rovescio della medaglia prodottosi in sede di gravame è consistito nell’aver disvelato in parallelo tutta la fragilità logica dell’attività probatoria allestita in primo grado, la qual cosa ha giustificato il ribaltamento della decisione in senso assolutorio.
È interessante principalmente osservare l’abilità mostrata dalla Corte di Assise di Appello nell’ossequiare la regola BARD ab imis fundamentis, cioè già a partire da una “intelligente” valutazione dei caratteri di precisione, gravità e concordanza che l’art. 192, comma 2, c.p.p. richiede cumulativamente per gli indizi ai fini di una loro utilizzabilità probatoria.
In primis, muovendo dall’attributo della “precisione”, la sentenza d’appello lo ha valutato, in relazione ad ogni circostanza indiziante, alla stregua di un pre-requisito indispensabile per procedere oltre nel ragionamento indiziario, una sorta di prius logico ineludibile: la circostanza non precisa, in quanto non fondata su conclusioni scientifiche univoche, è di per sé inconsistente e, di conseguenza, rende del tutto vano proseguire il percorso inferenziale valutando l’ulteriore attributo della gravità dell’indizio alla luce delle pertinenti massime di esperienza.
Orbene, l’assenza o carenza di precisione inficia ab origine la maggior parte degli elementi di prova che il giudice di prime cure ha posto a fondamento dell’attività inferenziale sulla quale, a sua volta, ha basato la propria sentenza di condanna. La scarsa propensione della Corte di Assise ad eliminare in modo inconfutabile spiegazioni scientifiche alternative è certificata dal novero delle motivazioni apparenti, contraddittorie, congetturali o lacunose sulle circostanze indizianti. Per giunta, in collegamento a ciò, sono state intraprese delle scelte, strictu sensu processuali, tutt’altro che condivisibili, sicché il catalogo delle inesattezze commesse in primo grado si arricchisce oltremodo di eterogenee improprietà.
Nel dettaglio, sono state considerate attendibili le prove genetiche ancorché esistessero plurimi e ragionevoli dubbi circa la correttezza delle tecniche di repertazione, l’esistenza di contaminazioni, la scelta delle modalità di analisi. A conferma dell’omesso apprezzamento di siffatti profili dubitativi, l’autorità giudicante, rimanendo silente, non ha spiegato le ragioni per cui ha ritenuto di non accogliere le eccezioni ed argomentazioni sollevate in merito dalla difesa. Di qui un’inaccettabile noncuranza, in ambito decisorio, del contraddittorio effettivo avutosi anteriormente inter partes.

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7 INTRODUZIONE A mente dello stato attuale dei fatti e dell’ipotizzabile evoluzione futura sul piano probatorio, è altamente probabile, se non certo, che la c.d. “prova scientifica” venga a costituire oggetto di rinvio giudiziario sempre più assiduo. In ragione degli innegabili apporti benefici che il progresso tecnologico è in grado di assicurare, pare inevitabile che le metodiche specialistiche, nei plurimi incombenti e passaggi costitutivi del processo penale, siano destinate a conquistare indiscussa primazia nell’alveo degli strumenti adoperabili ai fini accertativi. A dire il vero, è tutt’altro che agevole far combaciare il perimetro cognitivo dell’epistemologia scientifica con quello dell’epistemologia giuridica, tant’è che la casistica è pregna di errori giudiziari aventi scaturigine, per l’appunto, dalle prove scientifiche. L’impiego materiale di conoscenze specialistiche, rese giudizialmente fruibili da professionisti ed esperti di settore, talora ha provocato nel giudicante distorsioni cognitive tali da traghettare alla condanna di innocenti, talaltra si è connotato per una comprensibile limitatezza dimostrativa insuscettibile di consentire l’individuazione del colpevole quale esito auspicato. Di qui la familiarità con cui la materia giuridica deve cercare di affrontare e risolvere le criticità insite nell’acquisizione del mezzo di prova in parola, in specie qualora si tratti, secondo l’insegnamento del prof. Dominioni, di «strumenti scientifico-tecnici nuovi o controversi e di elevata specializzazione». La necessità impellente di far gravitare attorno a ciò il dibattito dottrinal- giurisprudenziale, attuale e prossimo, è percepibile attraverso un sunto esemplificativo di talune delle molteplici problematiche in cui è facile imbattersi: la classificazione tra le categorie probatorie, il rispetto delle garanzie difensive sin dall’acquisizione della notitia criminis, l’individuazione dei criteri cui il giudice si deve attenere nelle varie scansioni probatorie processuali (ammissione, assunzione, valutazione), il novero delle tutele di diritti con cui

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