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L'uomo che guardava oltre il muro - Francesco Cossiga e la politica estera italiana: dagli euromissili alla riunificazione tedesca

Informazioni tesi

  Autore: Clio Pedone
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Politica delle Relazioni Internazionali
  Relatore: Matteo Pizzigallo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 234

È opinione non minoritaria nella storiografia internazionale che il crollo del Muro di Berlino e la “rivoluzione di velluto”, il più colossale rivolgimento politico avvenuto senza spargimenti di sangue nella storia dell’umanità, abbiano preso avvio da eventi di un decennio anteriore, per la precisione dalla decisione di dispiegare sul teatro strategico europeo i missili nucleari a medio raggio, denominati Pershing 2 e Cruise1, o più sbrigativamente euromissili. Sul piano militare si tratta di una rivoluzione copernicana rispetto al tradizionale quadro della guerra fredda. Non è più l’ombrello atomico americano a dover proteggere un’Europa pigmea sul piano delle armi convenzionali di fronte al titano del Patto di Varsavia; al contrario, è lo stesso territorio sovietico a poter essere colpito da un first strike improvviso, che obbligherebbe a risposte concitate e drammatiche.
La decisione dell’amministrazione Carter, che sarà confermata e rilanciata nei successivi otto anni di Ronald Reagan, devasta le speranze sovietiche di finlandizzazione dell’Europa occidentale, che avevano trovato il loro punto più alto nella conferenza di Helsinki2 e costringe il complesso militar-industriale dell’Unione Sovietica a un surmenage che la necrotizzata economia del Comecon non è in grado di sopportare. Più ancora, è il mito della superpotenza invincibile, autentico cemento del regime comunista, ad essere revocato fortemente in dubbio.
Dal momento in cui cominciano i lavori di sbancamento a Comiso a quello nel quale una folla di berlinesi plaudenti va a demolire il Muro della vergogna, la politica europea vive una complessa e delicata trama di relazioni e svolte. Non tutti e neppure tanti comprendono come la fine della logica di Yalta e il crollo del blocco sovietico siano legati a filo doppio a quelli della riunificazione tedesca e della costruzione politica dell’Unione europea.
Fra questi felici pochi c’è stato, sin dall’inizio, Francesco Cossiga, favorito da un’antica passione per la politica internazionale e dalle circostanze che avevano fatto di quel periodo l’apogeo di una carriera politica prestigiosissima. Fra il 1979 e il 1992, anno della dissoluzione dell’ex impero sovietico, Cossiga è stato presidente del Consiglio, presidente del Senato, presidente della Repubblica. Tre alte cariche e tre cruciali punti d’intervento che, uniti ad acume e competenza, lo hanno reso protagonista assoluto di quegli anni.
Il presente lavoro ricostruisce ed esamina il periodo in oggetto da questa peculiare prospettiva, grazie al contributo di conversazioni inedite con lo stesso presidente emerito e ad interviste all’ex-titolare del Ministero degli Affari Esteri Gianni De Michelis e al capo della “diplomazia del Quirinale”, l’ambasciatore Ludovico Ortona.
È il caso di annotare che la capacità anticipatrice e lungimirante di Francesco Cossiga non si è limitata alla politica estera. L’allora capo dello Stato è stato il primo ad intuire che la caduta del Muro avrebbe fatto crollare la Costituzione materiale e i fondamenti della ormai agonizzante Prima Repubblica. Ma la “preveggenza” che a livello internazionale ha garantito a lui e all’Italia la gratitudine e l’amicizia dei governanti tedeschi, sul piano interno non gli provocava che attacchi ed amarezze d’ogni genere. Confermando una volta di più che nemo prophet in patria.

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3 INTRODUZIONE È opinione non minoritaria nella storiografia internazionale che il crollo del Muro di Berlino e la “rivoluzione di velluto”, il più colossale rivolgimento politico avvenuto senza spargimenti di sangue nella storia dell’umanità, abbiano preso avvio da eventi di un decennio anteriore, per la precisione dalla decisione di dispiegare sul teatro strategico europeo i missili nucleari a medio raggio, denominati Pershing 2 e Cruise 1 , o più sbrigativamente euromissili. Sul piano militare si tratta di una rivoluzione copernicana rispetto al tradizionale quadro della guerra fredda. Non è più l’ombrello atomico americano a dover proteggere un’Europa pigmea sul piano delle armi convenzionali di fronte al titano del Patto di Varsavia; al contrario, è lo stesso territorio sovietico a poter essere colpito da un first strike improvviso, che obbligherebbe a risposte concitate e drammatiche. La decisione dell’amministrazione Carter, che sarà confermata e rilanciata nei successivi otto anni di Ronald Reagan, devasta le speranze sovietiche di finlandizzazione dell’Europa occidentale, che avevano trovato il loro punto più alto nella conferenza di Helsinki 2 e costringe il complesso militar-industriale dell’Unione Sovietica a un surmenage che la necrotizzata economia del Comecon non è in grado di sopportare. Più ancora, è il mito 1 Missili nucleari statunitensi, dotati di una gittata compresa tra i 1000 e i 5000 km, esclusi dalle riduzioni degli armamenti negoziate nel quadro dei trattati Salt. 2 I preliminari di Helsinki si svolgono dal novembre 1972 al giugno del 1973, la successiva fare di preparazione dal settembre 1973 al luglio 1975 e la conferenza vera e propria dal 30 luglio al 1° agosto del 1975, che si conclude con la firma solenne dell’Atto Finale di Helsinki, sottoscritto da Aldo Moro anche a nome della Comunità Europea.

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