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Aspetti terapeutici e sociali della possessione Tromba del Madagascar

Come ben aveva osservato Sigmund Freud il principale compito della cultura è quello di difenderci dalla natura, quindi la principale risorsa dell’uomo nelle ere passate è stata lo sviluppo della comunità. Questi gruppi di ominidi prima e di uomini dopo che nel quotidiano dovevano far fronte alle enormi avversità che il mondo esterno imponeva loro, hanno inventato quello che noi oggi definiamo con il termine di cultura. Partendo da questa considerazione sono rimasto colpito dalla definizione che Edgar Schein ci ha dato di cultura di un’organizzazione. Per l’autore perché ci sia cultura è indispensabile che ci sia un gruppo e che questo abbia imparato ad affrontare problemi importanti, che abbia potuto verificare nel tempo la validità delle soluzioni ideate le quali una volta validate siano poi state trasmesse alle nuove generazioni.
Avvalendomi di quest’ottica ho cercato di comprendere come le popolazioni malgascie abbiano costruito intorno a delle manifestazioni come le “coree”, ritenute dai locali vere e proprie possessioni, dette TROMBA, dei rituali e delle tradizioni ad oggi ancora osservabili, e come il gruppo dei Sakalava (etnia malgascia), abbia istituito il proprio potere monarchico sulle popolazioni autoctone della costa ovest del Madagascar.
Da principio ho cercato di analizzare le informazioni a mia disposizione, avvalendomi di alcuni contributi teorici che fanno capo alla psicologia sociale. Ho cercato di comprendere cosa sia un gruppo soffermandomi soprattutto su le due tipologie più affini a quella del gruppo TROMBA, cioè i gruppi carismatici e quelli tradizionali già studiati ai primi del ‘900 da Weber. In più ho cercato di chiarire alcuni aspetti che si ritrovano spesso all’interno dei gruppi, come i rituali di iniziazione, la formazione delle norme di gruppo, i ruoli, lo status e la leadership di tipo carismatico.
Ho cercato inoltre di analizzare i contributi di studiosi del costume malgascio, tra i quali Roussilion e Ottino. Da questi ho estratto i concetti affini all’argomento della tesi come la storia dell’isola e l’origine etnica dei suoi abitanti, la tipologia del rituale e la religiosità dei malgasci. Ho voluto inoltre inserire alcune considerazioni fatte da altri studiosi, tra cui Frighi e Fanon, sulle funzioni che possono avere i rituali di possessione, che vanno dall’evasione come mezzo per sfuggire ad una società troppo rigida, al recupero dei caratteri culturali, tutte accomunate da uno spiccato carattere sociale, soprattutto se evidenziamo che sia le donne che i meno abbienti sono tra le persone più spesso colpite da questi fenomeni.
Importante è comunque sottolineare il carattere attestatario del rituale del Tromba che viene studiato da Ottino nella popolazione Sakalava. Questa funzione ha permesso alla monarchia di imporsi sulle popolazioni della costa ovest attraverso la credenza nella possessione,proprio grazie alla voce dei regnanti defunti che parlavano utilizzando la voce del posseduto.
Ho inserito inoltre alcuni contributi di etnomedicina offerti dal Dott. Antonio Scarpa sulla questione del Tromba malgascio, sia per evidenziare le affinità che questa manifestazione ha con quelle che in epoche passate, ma anche fino alla seconda metà del secolo scorso, si verificavano in tutta Europa, dalla Germania al nostro Salento, e sia per evidenziare come una possibile causa organica del fenomeno, dovuta alle precarie condizioni fisiche e ambientali, abbia potuto strutturare una serie di credenze, rituali e tradizioni funzionali alle popolazioni che ne facevano e ne fanno uso, senza dimenticarne la funzione prettamente terapeutica.
In conclusione, come nel paradigma di Schein, anche la società malgascia può aver escogitato, scoperto e sviluppato, nel corso della propria storia, strumenti utili come risposta a problemi inerenti il proprio adattamento esterno e alla sua aggregazione interna. La credenza nel TROMBA potrebbe nascere dal bisogno di dare un senso alla situazione e che questo senso possa essere stato risolutore di problemi che il gruppo si sia trovato costretto ad affrontare. In più la cerimonia nel tempo avrà avuto modo di essere validata, risultando risolutrice in molteplici contesti sociali. Come ben evidenziato da Beneduce, uno studio sulla possessione non può tenere in considerazione solo l’evento del singolo ignorando il contesto storico e rituale. Considerare i rituali di possessione solo attraverso l’uso di categorie diagnostiche riuscirà solo a far perdere di vista l’ambiente dove queste funzioni vengono a svilupparsi con il risultato di trascurare l’intreccio sottostante tra registro simbolico, senso soggettivo e ordine sociale.

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Introduzione “I padri fondatori dell’antropologia si chiedevano se l’ideologia magica fosse una tappa dell’evoluzione del pensiero o piuttosto una dimensione universale di esso, se prefigurasse la scienza o non fosse piuttosto un procedere “alternativo” rispetto alla razionalità”[Gatto Trocchi 1993]. Anche nella psicologia, come in molte altre discipline, la questione magica, mistica e religiosa ha sempre affascinato e spinto moltissimi ricercatori a indagare le motivazioni che spinsero, e che ancora oggi conducono l’essere umano alla ricerca del soprannaturale. Psicologi come Wundt, Freud e altri, basandosi sulle teorie evoluzionistiche di Frazer, scorsero nelle pratiche magiche delle popolazioni primitive le attitudini della mentalità infantile che crede di poter cambiare la realtà esterna attraverso l’influenza del suo pensiero. Nella psichiatria odierna invece la magia, lo spiritismo e la stessa possessione sono visti come fenomeni determinati da specifiche sindromi psichiatriche. Oggi, soprattutto nel mondo occidentale, un individuo che si ritenesse posseduto, potrebbe essere diagnosticato affetto da un disturbo istrionico o schizotipico di personalità, se non da un Trance e Possession Disorder. Questo certo non vale per la psichiatria transculturale che usa un approccio totalmente diverso e che parte dal presupposto che esista una relazione tra cultura e psichismo. Per essa “una prospettiva psicologico-psichiatrica” sarebbe “condotta pertanto a distorcere il significato culturale di questi riti e di queste esperienze ma si rivela anche incapace di spiegarne soddisfacentemente il valore quotidiano, ordinario [Beneduce 2002]”. In psicologia invece, soprattutto per quel ramo di essa che si occupa dello sviluppo, la magia può essere concepita come una predisposizione umana al pensiero magico, una forma mentis che contraddistingue il funzionamento cognitivo in età infantile, come già evidenziato da Piaget che definisce lo stadio pre-simbolico, uso primitivo dei simboli, come prima forma di pensiero. Piaget stesso definirà magia “l’uso che l’individuo crede di poter fare dei rapporti di partecipazione” per poter “modificare la realtà” [Piaget 1966]. La partecipazione e la magia non sono altro che un prolungamento di quel che Piaget chiama realismo. Il realismo agisce attraverso vari modi, per confusione del pensiero, per realismo dei segni e per fusione sincretica delle sostanze individuali. Esso determina un’omogeneità tra psichico e materiale dove uno può permeare l’altro, per via di “un’indifferenziazione fra l’ego e l’alter” [Piaget 1947]. Anche nelle popolazioni primitive il pensiero magico deriva da un’idea di armonia tra ciò che è fisico e quindi materiale, e quello che si può definire spirituale. Gli antenati, la 1

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Andrea Buzzi Contatta »

Composta da 33 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.