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Consenso e rifiuto informati al trattamento medico

Con l’espressione “consenso informato” si fa riferimento alla manifestazione di volontà con cui il paziente, previamente informato in maniera esauriente dal medico sulla natura e i possibili sviluppi del suo percorso terapico, esprime la propria adesione a sottoporsi ad interventi di natura invasiva sul proprio corpo. Pur essendo infatti l’attività medica un'attività che si auto-legittima, la stessa non può essere esercitata senza il consenso informato del paziente, la cui sfera personale potrà essere “invasa” solo se questi, preventivamente informato, vi abbia consentito.
In Italia l’affermazione del principio del consenso informato è stata piuttosto lenta e si deve principalmente ad un’intensa opera interpretativa compiuta dalla giurisprudenza, che ne ha individuato il fondamento giuridico direttamente nella Costituzione. In particolare, la Suprema Corte, fin dal 1994, ha sottolineato come, in assenza del consapevole consenso del paziente al trattamento terapeutico e chirurgico, l'intervento è impedito al chirurgo tanto dall'art. 32 comma 2 della Costituzione, a norma del quale nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, quanto dall'art. 13 Cost., che garantisce l'inviolabilità della libertà personale con riferimento anche alla libertà di salvaguardia della propria salute e della propria integrità fisica. In conseguenza di ciò, la mancanza del consenso (opportunamente "informato") del malato o la sua invalidità per altre ragioni determina l'arbitrarietà del trattamento medico chirurgico e la sua rilevanza penale.
Sul presupposto che il consenso costituisce limite e fondamento per qualunque trattamento sanitario, ci si chiede se un simile diritto ad autodeterminarsi in ordine alle terapie incontri dei limiti. Si tratta soprattutto di stabilire i contenuti e i limiti del diritto al rifiuto consapevole al trattamento sanitario, con particolare riguardo alle ipotesi in cui il trattamento che si intende rifiutare sia necessario alla propria sopravvivenza.
Casi di questo genere sono piuttosto frequenti se si considerano i notevoli progressi compiuti dalla scienza e dalla medicina che, di fronte a certe patologie a prognosi infausta, hanno consentito all’uomo forme di prolungamento artificiale della vita. Il primo quesito che si pone al giurista è se si possa configurare in capo al malato un diritto di porre fine alla propria esistenza.
Nel presente lavoro vengono esaminate due vicende di cronaca recente: il caso Welby e il caso Englaro. Si tratta di due casi (umani prima ancora che giuridici) dai quali è scaturito un acceso dibattito sia giuridico che morale e da cui sono emerse, in modo lampante, le profonde lacune del nostro ordinamento giuridico rispetto ad un tema che non può e non deve restare privo di regolamentazione legislativa. Particolare attenzione è quindi dedicata all'ammissibilità delle dichiarazioni anticipate di trattamento e del testamento biologico nel nostro ordinamento.

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3 CAPITOLO I PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE IN ORDINE ALLE CURE MEDICHE 1. Premessa Nell’ordinamento giuridico italiano è oggi principio pacifico che nessun trattamento sanitario possa essere compiuto o proseguito in difetto del previo consenso manifestato dal soggetto interessato. Per la ricostruzione del concetto di “consenso informato” e delle sue dirette conseguenze nell’ordinamento assume assoluto rilievo il principio di autodeterminazione del paziente nell’accesso alle cure mediche, consacrato dalla nostra Carta costituzionale, quale principio generale, agli artt. 2, 13 e 32, che tutelano la salute come bene primario, sia per l’individuo che per la collettività, stabilendo la libertà inviolabile di autodeterminazione di ciascuno, ossia la libertà di scegliere se sottoporsi o meno ad un trattamento terapeutico. Pur essendo l’attività medica una attività che si auto-legittima, si rileva come la stessa non possa essere esercitata senza il consenso informato del paziente, la cui sfera personale potrà essere “invasa” solo se questi, preventivamente informato, vi abbia consentito, mentre non potrà esservi alcuna ingerenza se questi abbia opposto il suo rifiuto 1 . Tutto ciò si riflette nella copiosa giurisprudenza penale che qualifica come illecito l’intervento medico effettuato senza la previa acquisizione del consenso e in quella civile che riconosce l’esistenza di un danno non patrimoniale per la mancata informazione del paziente o per l’omessa richiesta del suo assenso ad un trattamento. L’imprescindibilità dell’acquisizione del consenso per la somministrazione di un qualsiasi trattamento sanitario si traduce inoltre nell’inevitabile impossibilità di imporre una cura laddove il paziente neghi il proprio consenso o, a maggior ragione, laddove formuli un esplicito diniego; e ciò anche quando il trattamento sia necessario alla sopravvivenza della persona, tanto da potersi prevedere con certezza la sua morte laddove non sia somministrato. 1 FRESA, La colpa professionale in ambito sanitario, Utet Giuridica, Torino, 2008, p. 63.

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Francesca Valerio Contatta »

Composta da 246 pagine.

 

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