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Potere e differenze di genere: teorie sociologiche e aspetti del processo di ''empowerment''

Parlare di “potere” significa parlare di uno dei concetti più trattati ed analizzati non solo dalla sociologia, ma anche dalla storia e dalla filosofia. Sebbene in questa tesi il punto di osservazione scelto per analizzare il potere sia stato squisitamente sociologico, si è, tuttavia, tenuto conto, entro i limiti del possibile, anche di altri contributi non strettamente legati alla sociologia, ma ugualmente preziosi ai fini di questo lavoro.
La teoria tradizionale del potere - da Machiavelli a Parsons - ha concepito il potere come una sorta di bene materiale che può essere acquisito in proprietà o può andare perduto, ovvero di un attributo di cui dispone stabilmente un soggetto, un gruppo o una classe sociale.
E lo ha inteso anche, secondo quello che Luhmann (1979) ha definito sarcasticamente un “pregiudizio causale”, come una causa specifica di effetti specifici, per lo più nella forma della capacità di un soggetto di costringere un altro a compiere determinate azioni concrete, che spontaneamente non sceglierebbe di fare. La nozione che si è dunque affermata, secondo questa tendenza classica, è quella di identificare il concetto di potere con quello di forza fisica o di dominio, che suppongono la stabile e totale subordinazione di una parte della società ad un’altra e a connettere l’idea del potere con quella del conflitto sociale, ignorando le forme di esercizio consensuale del potere (come nel caso del potere fondato sulla competenza).
Tuttavia i rapidi cambiamenti a cui è andata incontro la moderna società industriale e il grado elevato di complessità da essa raggiunto, hanno imposto un progressivo spostamento da un modo di intendere il potere come sostanza (ossia come qualcosa che si possiede e di cui si dispone) a concezioni relazionali. In questa tesi tuttavia il ripercorrere alcune tappe fondamentali del pensiero sociologico è stato di vitale importanza perché ha fornito la “pietra di paragone” necessaria per affrontare il complesso orizzonte contemporaneo; come ha ben sottolineato Laura Bovone (1988, p.7) “è del resto la via - quella del ritorno sui passi dei padri fondatori - che si impone nei momenti di più elevata frammentarietà dell'orizzonte teorico, connotati più da polemiche che da effettive supremazie culturali”.
Nelle società complesse il potere si presenta come un fenomeno relazionale e riflessivo e non come un fenomeno causale e transitivo; la concezione causale infatti ha supposto che il potere si sviluppasse esclusivamente in forme gerarchiche, mentre la caratteristica principale del potere “moderno” è quella di non poter essere pensato se non all’interno di una relazione in cui siano coinvolti attori diversi. Giddens (1990), ad esempio, ha formulato a questo proposito un’importante distinzione fra potere basato su “risorse allocative” (di natura materiale ed economica) e potere fondato su “risorse autoritative” (che fanno riferimento all’universo simbolico e culturale).
I rapidi mutamenti sociali che si sono verificati nella società moderna hanno portato a profonde trasformazioni familiari, di struttura, di spazio, di temporalità, di funzioni e anche di rapporti di potere. Sotto l’impulso del movimento femminista che per primo ha sentito la necessità di evidenziare come esistesse una effettiva disuguaglianza di potere fra i sessi, si è sviluppata a partire dagli anni Settanta una branca della sociologia che ha cominciato ad indagare la realtà sociale puntando l’attenzione sul ruolo dei generi sessuali nella stratificazione, nei mutamenti sociali e nei rapporti di potere. L’introduzione del gender in sociologia ha certamente costituito una svolta storica, un arricchimento e un punto di osservazione più vicino alla realtà attuale.

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I INTRODUZIONE Parlare di “potere” significa parlare di uno dei concetti più trattati ed analizzati non solo dalla sociologia, ma anche dalla storia e dalla filosofia. Sebbene in questa tesi il punto di osservazione scelto per analizzare il potere sia stato squisitamente sociologico, si è, tuttavia, tenuto conto, entro i limiti del possibile, anche di altri contributi non strettamente legati alla sociologia, ma ugualmente preziosi ai fini di questo lavoro. La teoria tradizionale del potere - da Machiavelli a Parsons - ha concepito il potere come una sorta di bene materiale che può essere acquisito in proprietà o può andare perduto, ovvero di un attributo di cui dispone stabilmente un soggetto, un gruppo o una classe sociale. E lo ha inteso anche, secondo quello che Luhmann (1979) ha definito sarcasticamente un “pregiudizio causale”, come una causa specifica di effetti specifici, per lo più nella forma della capacità di un soggetto di costringere un altro a compiere determinate azioni concrete, che spontaneamente non sceglierebbe di fare. La nozione che si è dunque affermata, secondo questa tendenza classica, è quella di identificare il concetto di potere con quello di forza fisica o di dominio, che suppongono la stabile e totale subordinazione di una parte della società ad un’altra e a connettere l’idea del potere con quella del conflitto sociale, ignorando le forme di esercizio consensuale del potere (come nel caso del potere fondato sulla competenza). Tuttavia i rapidi cambiamenti a cui è andata incontro la moderna società industriale e il grado elevato di complessità da essa raggiunto, hanno imposto un progressivo spostamento da un modo di intendere il potere come sostanza (ossia come qualcosa che si possiede e di cui si dispone) a concezioni relazionali. In questa tesi tuttavia il ripercorrere alcune tappe fondamentali del pensiero sociologico è stato di vitale importanza perché ha fornito la “pietra di paragone” necessaria per

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Claudia Cappelletti Contatta »

Composta da 212 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.