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L'influenza del pensiero orientale sulla psicologia analitica

Informazioni tesi

  Autore: Cristina De Dominicis
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi dell'Aquila
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Enrico Perilli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 60

Negli ultimi decenni, l'Occidente ha sviluppato un crescente e fecondo interesse verso la psicologia orientale. La ricerca psicologica scaturita da questo incontro tra Oriente e Occidente si è posta per lo più nei termini di uno studio interdisciplinare tra la psicologia occidentale e il pensiero asiatico; lo spirito religioso costituisce lo sfondo imprescindibile di ogni formulazione psicologica che l'Oriente abbia fornito della personalità umana.
In particolare, sono state la psicologia esistenziale, la psicologia umanistica, il pensiero di Rogers, la terapia della Gestalt e la psicologia analitica junghiana ad attingere alle teorie orientali della personalità, interpretandone alcuni assiomi di base e applicandoli alla struttura teorico-pratica delle rispettive scuole di pensiero.
Jung, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, si è dedicato sempre più alla comprensione degli insegnamenti tradizionali e dei testi sacri dell'Oriente e dell'Occidente che fungono da specchio critico al radicale dualismo occidentale. Egli è stato un pioniere in questo campo, uno dei primi psicoterapeuti a riconoscere la possibilità di un rapporto fecondo tra la concezione orientale della mente e quella occidentale, contribuendo alla diffusione di testi propri della cultura orientale e alimentandone l'interesse in Occidente.
Ad avvicinarlo al mondo concettuale dell'Oriente è stata la sua passione personale di medico che lo spinge a curare sofferenze condizionate dalla psiche. Il suo interesse si esplica in una duplice prospettiva: la prima è quella del confronto con il mondo orientale, al fine di aiutare l'uomo occidentale a relativizzare la propria tendenza estroversa, il predominio attribuito alle funzioni intellettuali, la convinzione che l'Io sia l'istanza suprema della psiche, e indurlo così ad aprirsi ai valori complementari propri della cultura orientale: introversione, importanza della vita immaginativa, non centralità dell'Io. Jung, conscio di non poter trascendere le proprie radici storiche e culturali, ma anche della necessità di un dialogo aperto con l'Oriente, si propone di fondare una psicologia comparata interculturale dell'esperienza interiore.
La seconda prospettiva è quella della conferma delle proprie teorie psicologiche, soprattutto di ciò che riguarda la nozione del Sé.

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  3 1. L’incontro di Jung con l’Oriente Nella vita di un autore esistono date emblematiche ed episodi cruciali grazie ai quali alcuni suoi nodi tematici si addensano all’improvviso. Il periodo compreso tra la fine del 1937 e la primavera del 1938 costituisce per Jung un segmento biografico in grado di riassumere il complesso delle relazioni che collega il suo pensiero all’Oriente. Il rapporto di Jung con l’Oriente, e in particolare con l’India, ha avuto inizio nell’infanzia, quando si faceva leggere dalla madre un libro che parlava delle religioni orientali, soprattutto di quella indù, illustrato con immagini di Vishnu, Brahma e Shiva che lo interessavano molto; di fronte ad esse, riferisce Jung, «provavo uno strano sentimento, come se avessero qualche affinità con la mia originale rivelazione» (Jung, p. 36, 1998). In Europa, durante i primi anni della sua formazione, grazie ad un clima culturale sempre più aperto, c’è una grande ondata di interesse per le idee orientali che iniziano a farsi largo nella coscienza occidentale. I primi riferimenti espliciti ai Veda e alle Upanishad compaiono negli scritti di Jung fin dal 1912, probabilmente si è cominciato ad interessare al pensiero orientale durante il dissidio con Freud. Nel 1916 dipinge il suo primo mandala e già all’epoca della stesura delle prime due grandi opere, Simboli della trasformazione e Tipi Psicologici, Jung ha acquisito una vasta conoscenza delle idee taoiste e buddhiste che egli pone sullo stesso piano del materiale simbolico di origine occidentale, intrecciandolo strettamente con esso, e mostrando familiarità con I Ching, il Ramayana e con gli scritti di eminenti indologi. Inoltre, in Tipi psicologici, opera scritta nel 1921, fa ampio uso di concetti appartenenti alla psicologia orientale. Negli anni ‘20 l’interesse di Jung per le idee orientali riceve un’importante stimolo dalla lettura di Psycoanalyse und Yoga di Oscar Schmitz e dall’amicizia con l’indologo Heinrich Zimmer, con il filosofo sociale Herman Keyserling e il sinologo Richard Wilhelm che eserciteranno una grande influenza sul suo sviluppo intellettuale. Commenta importanti testi sapienziali cinesi e indiani come Il Segreto del Fiore d’Oro nel 1929 e Il libro tibetano dei morti nel 1935, inoltre nel 1932 tiene un seminario sulla psicologia del Kundalini Yoga al Club Psicologico di Zurigo. I numerosi scritti che andranno fino al 1955 sono testimoni dell’interesse di Jung per l’Oriente e della sua audacia con la quale li propone alla cultura occidentale; gli argomenti trattati sono

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Parole chiave

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psicoterapia
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oriente
archetipo
yoga
psicologia junghiana
processo di individuazione
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