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La rosa nel sasso - Italo Calvino, la Neoavanguardia e il dibattito su letteratura e industria

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Lana
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Lettere
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Alida D'Aquino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 81

Il presente lavoro si propone di ricostruire parte del dibattito culturale, svoltosi in Italia tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta, sul rapporto tra letteratura e industria.
Relativamente a tale argomento, l'ambito di analisi prescelto è quasi del tutto circoscritto ai testi ritenuti più rilevanti apparsi sulle pagine de «Il Menabò di letteratura», una delle più influenti riviste letterarie del periodo, diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino. «Il Menabò» fu l'unica pubblicazione in grado di affrontare con una certa organicità, equilibrio ed apertura dialettica le questioni riguardo alla suddetta tematica. Si è fatto inoltre riferimento anche ad altre due importanti riviste molto attive in quegli anni, «Officina» e «Il Verri».
In tale contesto, si sono sottoposti a disamina gli interventi sul tema di alcuni dei protagonisti del panorama culturale del periodo, in primo luogo Italo Calvino e Angelo Guglielmi. Si è inoltre tenuto conto delle posizioni di altri intellettuali, tra i quali: Elio Vittorini, Gianni Scalia, Franco Fortini, Renato Barilli e Umberto Eco.
Lo studio trae origine da un intreccio di motivazioni di carattere personale, anche lontane negli anni, e di interessi maturati più di recente, nel corso degli studi universitari. La scelta di Calvino deriva dalle suggestioni giovanili suscitate da un autore paradigmatico nella sua passione per la conoscenza e la limpida capacità analitica della realtà mediante la ragione, l'utilizzo del logos come ordinatore del caos del mondo. Un ruolo decisivo è da attribuire anche al fascino esercitato dall'equilibrio tra fantastico e reale presente in molti libri di Calvino, volto ad esplorare le molteplici pieghe della realtà, la pluralità dei punti di vista, le possibilità di superamento dei limiti personali e naturali.
L'interesse si è poi focalizzato su un particolare momento della storia politicoculturale dell'Italia del Novecento: il decennio '56-'65. È l'epoca in cui si apre la sfida della modernizzazione e dell'industrializzazione del nostro Paese, da poco rialzatosi dalle macerie della seconda guerra mondiale. Sono anni critici, di snodo della storia recente italiana, di scelte destinate a trasformare profondamente il volto del Paese.
Anche a livello internazionale è un periodo ricco di avvenimenti e tensioni: sono gli anni dell'invasione dell'Unione Sovietica in Ungheria, della guerra di Corea, del riformismo kennediano e del nuovo corso impresso alla Chiesa Cattolica da Papa Giovanni XXIII. Nel '57 nasce la Comunità Economica Europea (CEE) che favorisce il mantenimento dei rapporti di pace in Europa; nel 1962, con la crisi dei missili a Cuba, le due superpotenze nucleari Usa e Urss giungono sull'orlo della terza guerra mondiale; in Asia e Africa si assiste al rapido processo di decolonizzazione; si inventa la definizione di 'Terzo Mondo' per indicare i paesi sottosviluppati.
In Italia si introducono nuove metodologie organizzative e produttive, prevalentemente sulla base dei modelli aziendali anglosassoni. Questi ultimi sono adottati dalla stessa industria culturale, per la quale la cultura diventa mera merce da vendere, come può testimoniare ad esempio l'apparizione nelle case editrici del marketing manager, d'importanza non inferiore al direttore editoriale.
Il mondo culturale e letterario italiano sembra assistere inerte a questo grande processo di cambiamento che investe il Paese. Gli stili espressivi non sembrano consoni al nuovo contesto socio-politico, si ripropongono ancora le vecchie forme neorealiste ed ermetiche scadute ormai nel manierismo. L'intellettuale tradizionale, ritrovandosi lavoratore salariato nella nuova industria culturale, entra in crisi e deve affrontare una profonda revisione del proprio ruolo nella società. Operazione avviata da una parte dagli intellettuali 'storicisti' fedeli al vecchio ruolo dell'intellettuale umanistico, e dall'altra – su posizioni ideologicamente antitetiche – dai seguaci della fenomenologia, per i quali invece occorre sperimentare vie nuove per ridefinire una propria collocazione nell'ambito delle attività umane. I primi si raccolgono intorno alla rivista 'neosperimentale' «Officina» di Pasolini, Roversi e Leonetti, i secondi si ritrovano ne «Il Verri» 'antidealista' e 'antidogmatico' di Anceschi, Barilli,Sanguineti e Pagliarani, esponenti della Neovanguardia, movimento dalla forte carica innovativa e contestataria. «Il Menabò», assumendo un atteggiamento progettuale, razionalista e gnoseologico, si situa per certi versi a metà strada tra le due riviste, tentando di contemperare posizioni spesso inconciliabili tra loro. Ne sono un esempio il quarto e il quinto numero della rivista, che accolgono una pluralità di voci contrastanti. In particolare il quinto numero pubblica un'ampia rassegna di testi letterari di autori della Neoavanguardia.

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3 Introduzione Il presente lavoro si propone di ricostruire parte del dibattito culturale, svoltosi in Italia tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, sul rapporto tra letteratura e industria. Relativamente a tale argomento, l’ambito di analisi prescelto è quasi del tutto circoscritto ai testi ritenuti più rilevanti apparsi sulle pagine de «Il Menabò di letteratura», una delle più influenti riviste letterarie del periodo, diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino. «Il Menabò» fu l’unica pubblicazione in grado di affrontare con una certa organicità, equilibrio ed apertura dialettica le questioni riguardo alla suddetta tematica 1 . Si è fatto inoltre riferimento anche ad altre due importanti riviste molto attive in quegli anni, «Officina» e «Il Verri». In tale contesto, si sono sottoposti a disamina gli interventi sul tema di alcuni dei protagonisti del panorama culturale del periodo, in primo luogo Italo Calvino e Angelo Guglielmi. Si è inoltre tenuto conto delle posizioni di altri intellettuali, tra i quali: Elio Vittorini, Gianni Scalia, Franco Fortini, Renato Barilli e Umberto Eco. Lo studio trae origine da un intreccio di motivazioni di carattere personale, anche lontane negli anni, e di interessi maturati più di recente, nel corso degli studi universitari. La scelta di Calvino deriva dalle suggestioni giovanili suscitate da un autore paradigmatico nella sua passione per la conoscenza e la limpida capacità analitica della realtà mediante la ragione, l’utilizzo del logos come ordinatore del caos del mondo. Un ruolo decisivo è da attribuire anche al fascino esercitato dall’equilibrio tra fantastico e reale presente in molti libri di Calvino, volto ad esplorare le molteplici pieghe della realtà, la pluralità dei punti di vista, le possibilità di superamento dei limiti personali e naturali. L’interesse si è poi focalizzato su un particolare momento della storia politico- culturale dell’Italia del Novecento: il decennio ’56-’65. È l’epoca in cui si apre la 1 «Nell’individuazione di nuove e sollecitanti proposte, nell’indicazione di un indirizzo di ricerca “non preventivato”, la rivista occupa, in un momento di impasse ideologica e metodologica, agli inizi degli anni Sessanta, un posto di rilievo, ponendosi come ricerca e progettazione ‘aperta’ ad infinite possibilità di sviluppo» (D. Fiaccarini Marchi, «Il Menabò» (1959-1967), Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1973, p. 16).

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italo calvino
franco fortini
neoavanguardia
angelo guglielmi
riviste letterarie anni '60

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