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Economia ecologica e contabilità ambientale: strumenti per uno sviluppo sostenibile

Informazioni tesi

  Autore: Davide Vitelli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Fiorenzo Martini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 170

La crisi ambientale ed i rischi connessi all’intervento tecnologico sull’ambiente evidenziano che la relazione tra società e natura non può più essere interpretata in termini lineari. È indispensabile riflettere sul nostro modo di osservare noi stessi, la società e l’ambiente che ci circonda. I problemi ambientali sono di fatto problemi pienamente sociali. Il mutamento ambientale e sociale vanno interpretati secondo una logica circolare, evidenziandone quindi il feedback.
Prendiamo ad esempio i concetti di buco nell’ozono, effetto serra, elettrosmog, piogge acide, deforestazione, riduzione della biodiversità, desertificazione, disastro nucleare, emergenza rifiuti ecc.: tutte espressioni, queste, sconosciute per la maggior parte delle persone della generazione precedente alla mia, le quali però oggi vengono continuamente citate, mettendo in discussione la società dei consumi e i nostri modelli di produzione.
È necessario, prima di creare strumenti scientifici che mostrino le lacune ideologiche e scientifiche della nostra società, “riportare in vita” valori ormai morti e sepolti da anni.
Sarebbe auspicabile, da parte nostra, un maggior “rispetto verso la vita e l’ambiente”. Ed un consumo consapevole delle risorse naturali a noi disponibili .
Il territorio su cui viviamo è lo “spazio dell’abitare”, dove realizzare il progetto di vita dei singoli e della società, nodo di relazioni e di flussi a scale geografiche diverse tra locale e globale. È il punto di riferimento ove ogni idea, norma, consuetudine, viene negoziata tra i singoli e la comunità, in una dimensione che non può prescindere da un confronto valoriale ma anche dalla conoscenza e dalla consapevolezza delle possibilità e dei limiti che il NOSTRO territorio offre, delle risorse ambientali e umane disponibili, delle criticità da affrontare e delle opportunità che devono essere colte. Sostanzialmente un processo di co-evoluzione tra uomo e luoghi che non può prescindere da un’intenzione educativa, da riflessioni e progettualità su come lo spazio di vita abbia un ruolo fondamentale nella crescita delle persone e nelle loro azioni come cittadini.
Bisogna educare all’ambiente in primis, qualsiasi strumento d’analisi ambientale non ha nessun effetto se non seguito da una reale educazione al proprio territorio, alla cittadinanza, alla sostenibilità, all’intercultura, alla globalizzazione.
Educare al territorio nella direzione delle conoscenza diffusa del suo patrimonio, dei suoi punti di forza e dei suoi punti deboli, del suo valore come costruzione identitaria, come spazio inclusivo, come dimensione locale dell’abitare e dell’essere cittadini del pianeta. Educare al territorio nel senso di progettualità sociale di tutti i protagonisti del territorio stesso, tra cui famiglie, scuole, i fornitori, gli educatori e anche gli amministratori, le associazioni e le imprese. Tutto nella consapevolezza di una costruzione collettiva, partecipata e negoziata di dimensione sociale dell’abitare nella quale ogni individuo può sviluppare il proprio progetto di vita.
Tale consapevolezza spingerebbe a sviluppare le competenze per la comprensione delle problematiche globali e locali, dei valori e delle risorse dei luoghi, delle relazioni che intercorrono tra fenomeni naturali e sociali. Essa porterebbe anche a fornire adeguati strumenti interpretativi per chi legge il territorio e per chi lo osserva, per chi sviluppa dei progetti, chi li governa e chi li insegna, al fine di superare visioni stereotipate, pregiudiziali o riduttive della realtà.
In ultima istanza, sarebbe importante educare alla capacità di problematizzare i fenomeni ambientali e sociali, ad osservarli da punti di vista decentrati e connetterli con altre discipline, non solo economiche ma anche antropologiche e urbanistiche. Un’ educazione, insomma, multidisciplinare.

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3 PREMESSA Prima di inoltrarmi nel spiegare il mio lavoro, sento la necessità di dover esprimere un mio pensiero scaturito dall’argomento che andrò a trattare. Una prima riflessione è stata che siamo riusciti a ribaltare, secondo un criterio di importanza, i settori “radice” della nostra economia. Il nostro settore primario, per definizione riguarda tutte le attività che vanno incontro ai bisogni primari dell’individuo e della collettività (attività di coltura, tradizionali e biologiche, boschi e pascoli), ovvero il settore da dove si ritiene che sia partita l’accumulazione primitiva . Oggi però tutti lo considerano come il “settore ultimo”, a mio avviso sbagliando. L’accumulazione è diventata negli ultimi anni , “terziaria”, ciò vuole significare che ci siamo riempiti di oggetti terzi, che non sono di primaria necessità, anzi molto spesso sono inutili. Accumuliamo, rifiutiamo e poi sprechiamo senza un reale contegno, talvolta magari senza finire di pagare lo stesso oggetto. Riusciamo a dare persino poco valore al cibo. Possiamo riempire un carrello al supermercato di mille oggetti e permetterci senza alcun riguardo di gettare tutto ciò che c’è dentro. Ciò che sprechiamo lasciano tracce evidenti nell’ambiente stesso in cui viviamo. Sprechiamo una quantità tale di cibo da poter sfamare metà popolazione mondiale, un paradosso. Un’epoca, quella attuale, a mio avviso tanto basata su forti disuguaglianze, quanto ingiusta, fondata sul finto perbenismo e povera di prospettive. In questo periodo di crisi si sente tanto parlare dei giovani, della riforma del lavoro, dell’aumento della disoccupazione giovanile e così via. Ma proprio noi giovani nasciamo già caricati di un debito insostenibile, che non è solo da considerare dal punto di vista economico. Il capitalismo, il modello dominante preferito da tutti gli economisti, è in crisi profonda, e la crescita illimitata che lo sostiene, non funziona più. L’economia studia il comportamento dei beni e non quello dei consumatori, dimenticando quali siano gli attori stessi che muovono la produzione, il consumo, i prezzi e i redditi. Il modello dell’homo oeconomicus è inadatto a studiare la complessità delle motivazioni di consumo poiché il consumatore non agisce secondo

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