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Genetica forense e cold cases: l'omicidio di Simonetta Cesaroni

Informazioni tesi

  Autore: Lara Settepani
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: scienze per l'investigazione e la sicurezza
  Relatore: Marina Dobosz
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 49

Il giallo di via Poma ha inizio il 7 agosto 1990, con il ritrovamento del cadavere di Simonetta Cesaroni. Le indagini condotte all'epoca non portarono ad alcun risultato, sia a causa di errori commessi nella fase di sopralluogo, sia perché la tecnologia a disposizione per l'analisi delle tracce biologiche non era adeguata per fornire risultati utili a fini probatori.
Gli straordinari sviluppi che si sono verificati nel settore della Genetica forense, oggi consentono di ri-analizzare vecchi casi rimasti irrisolti, con l'ausilio di tecnologie estremamente più sensibili. Da qualche anno è iniziata dunque l'era dei cold cases, alcuni dei quali sono stati risolti proprio con i nuovi mezzi a disposizione, in particolare la tecnologia del DNA.
In proposito bisogna tuttavia tenere ben presente che, se la tecnologia sicuramente consente oggi analisi molto più accurate dei reperti biologici, la stessa accuratezza deve ritrovarsi nella contestualizzazione del dato biologico, ovvero se un rapporto significativo esiste tra un determinato campione e il reato commesso, e, in caso positivo, se, nel corso degli anni, si può garantire la "catena di custodia" del campione, l'assenza di manipolazioni, di inquinamenti, ecc.
Se questi aspetti non possono essere garantiti, non solo possono perdere di significato le analisi eseguite, ma si rischia di coinvolgere in termini di responsabilità penale persone, la cui colpevolezza non può essere provata, per lo meno con il test genetico.
E' quanto si è verificato in seguito alle nuove indagini eseguite sui reperti in sequestro nel delitto di Simonetta Cesaroni: il profilo del DNA appartenete alle trecce di saliva trovate sul corpetto e sul reggiseno della ragazza corrispondono a quello di Raniero Busco, al tempo fidanzato della stessa. Nella sentenza di primo grado Raniero Busco viene condannato a 24 anni di reclusione, ma assolto nel giudizio di appello con formula piena per non aver commesso il fatto.
Come spesso accade nel nostro iter processuale, il giudizio opposto espresso dai giudici di primo e secondo grado, evidentemente deriva o da nuovi elementi di prova, o da una diversa valutazione degli stessi, o da altro genere di problemi emersi. Nel caso in esame, le prove che lo inchiodavano nel primo grado sono crollate nel secondo: il morso sul capezzolo sinistro di Simonetta, il DNA rinvenuto sul corpetto e l'ora della morte.
Nel lavoro presentato cercherò dunque di ripercorrere le varie fasi di questo efferato delitto: dalle prime indagini eseguite, con le conseguenti ipotesi passate al vaglio degli investigatori, fino agli accertamenti più recenti, con tutti gli interrogativi ancora rimasti in sospeso.
Al contrario di quanto si è verificato per altri cold cases, come ad esempio per il delitto dell'Olgiata, il responsabile del quale ê stato identificato dopo 20 anni grazie alla prova del DNA (il cameriere filippino di allora, che ha poi confessato l'accaduto), l'omicidio di Simonetta Cesaroni è, al momento, ancora privo di un responsabile.

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5 CAPITOLO 1. IL CASO GIUDIZIARIO Simonetta Cesaroni viene rinvenuta cadavere il 7 agosto 1990, alle ore 23.20, in via Poma, nell'ufficio in cui era impiegata (A.I.A.G.- Associazione Italiana Alberghi della Gioventù). L’unico indiziato per questo omicidio è il fidanzato Raniero Busco. 1.1 Cronologia dei fatti La mattina del giorno in cui venne uccisa, Simonetta Cesaroni ha un colloquio col suo datore di lavoro - Salvatore Volponi - per organizzare il piano di lavoro prima delle ferie estive. Gli comunica che il pomeriggio si sarebbe recata presso l’associazione dove si recava due volte la settimana, nei pomeriggi di martedì e giovedì dalle 16.00 alle 19.00, per inserire dati contabili. Di tale associazione era presidente un amico di Ermanno Bizzocchi, l’avvocato Caracciolo di Sarno. Alle 14.30 esce di casa per recarsi al lavoro; alle 15.00 è lasciata dalla sorella all’entrata della metro Subagusta con la 126 che poi è stata portata dal meccanico. Difatti l’avrebbe dovuta ritirare Simonetta Cesaroni al ritorno dal lavoro, prima del rientro a casa. Gloria Gargiulo, residente nello stabile di via Serafini (stabile dove viveva la vittima) 2 anni dopo dichiarerà di averla vista alle ore 15.45 nell’ascensore di casa. Alle 17.15, Luigia Berrettini - un'impiegata dell'A.I.A.G.- riceve da via Poma una telefonata di donna che dice essere Simonetta Cesaroni e che ha bisogno della parola identificativa di registrazione per lacune

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