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La fiscalità del risparmio gestito in Italia e nell'Unione Europea

Il risparmio gestito è ormai una certezza, nella diffusione, nel gradimento dei risparmiatori, e soprattutto nell’aver preso il posto dei tradizionali titoli di Stato nel portafoglio dei risparmiatori italiani. A motivazione di tutto ciò possono essere addotti svariati accadimenti; dal diminuito valore dei rendimenti dei titoli di Stato, all’incertezza economica della “terza età” che non può fare più affidamento esclusivamente sulle pensioni pubbliche; dall’abbassamento dei costi di gestione dei portafogli collettivi, all’affinamento delle tecniche di gestione. Sta di fatto che il risparmio gestito si è trasformato, da attività di “nicchia” della metà degli anni ottanta, ad elemento caratterizzante dei mercati finanziari; e, stando ai dati, il settore appare destinato a crescere ulteriormente.
Nonostante la “prodigiosa” crescita del risparmio gestito, l’Italia è uno degli ultimi paesi europei, in termini di tempo, in cui questo fenomeno si è verificato. I principali paesi europei, infatti, da tempo hanno nel risparmio gestito la principale fonte d’investimento del risparmiatore-famiglia, il che ha generato stimoli negli stessi a creare prodotti sempre più innovativi. Con la liberalizzazione dei movimenti di capitale all’interno della Comunità Europea poi, si è creata la possibilità per un investitore di rivolgersi ad un intermediario non stabilito nel proprio paese di residenza, magari attratto dal tipo di prodotto finanziario e/o rendimento che non trova in un intermediario nazionale.
Ovviamente tutti sperano che siano solo queste le cause che spingono il risparmiatore ad investire all’estero, piuttosto che trattamenti fiscali favorevoli che non permetterebbero certo una efficiente allocazione dei capitali a livello internazionale. Ecco allora che trovano giustificazione tutti gli sforzi della Commissione Europea volti a garantire una armonizzazione in materia fiscale nell’ambito europeo. Sforzi che andavano di pari passo col processo di liberalizzazione dei movimenti di capitale, completato nel 1998 con la direttiva del Consiglio n.88/361.

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3 Introduzione. Il risparmio gestito è ormai una certezza, nella diffusione, nel gradimento dei risparmiatori, e soprattutto nell’aver preso il posto dei tradizionali titoli di Stato nel portafoglio dei risparmiatori italiani. A motivazione di tutto ciò possono essere addotti svariati accadimenti; dal diminuito valore dei rendimenti dei titoli di Stato, all’incertezza economica della “terza età” che non può fare più affidamento esclusivamente sulle pensioni pubbliche; dall’abbassamento dei costi di gestione dei portafogli collettivi, all’affinamento delle tecniche di gestione. Sta di fatto che il risparmio gestito si è trasformato, da attività di “nicchia” della metà degli anni ottanta, ad elemento caratterizzante dei mercati finanziari; e, stando ai dati, il settore appare destinato a crescere ulteriormente. Nonostante la “prodigiosa” crescita del risparmio gestito, l’Italia è uno degli ultimi paesi europei, in termini di tempo, in cui questo fenomeno si è verificato. I principali paesi europei, infatti, da tempo hanno nel risparmio gestito la principale fonte d’investimento del risparmiatore-famiglia, il che ha generato stimoli negli stessi a creare prodotti sempre più innovativi. Con la liberalizzazione dei movimenti di capitale all’interno della Comunità Europea poi, si è creata la possibilità per un investitore di rivolgersi ad un intermediario non stabilito nel proprio paese di residenza, magari attratto dal tipo di prodotto finanziario e\o rendimento che non trova in un intermediario nazionale. Ovviamente tutti sperano che siano solo queste le cause che

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Domenico Tiracchia Contatta »

Composta da 195 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3081 click dal 20/03/2004.

 

Consultata integralmente 12 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.