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Comunità Europea e Stati Uniti di fronte alle guerre jugoslave

Informazioni tesi

  Autore: Fabio Elia
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Bruno Mantelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

In luogo d’introduzione vorrei premettere che, essendo la letteratura in merito, perlomeno quella da me consultata, piuttosto orientata su una visione unilaterale dei fatti e guidata da un diffuso sentimento antiserbo, affrontare in maniera obiettiva e analitica il discorso sulle guerre jugoslave può rivelarsi un compito di non facile esecuzione. Alcuni dei testi consultati che mi hanno fatto acquisire coscienza circa l’assenza di una multilateralità dei punti di vista sono Le guerre jugoslave di Pirjevec, La questione jugoslava di Christopher Cviic e L'enigma jugoslavo di Stefano Bianchini.
Con ciò non si vuole però certo scagionare lo Stato serbo da ogni responsabilità, bensì mettere sul banco degli imputati anche la Comunità Europea (dal 1° gennaio ’93 Unione Europea), quanto mai desiderosa di emanciparsi dall'ala protettiva americana, eppure spaccata da continui dissidi interni, e gli Stati Uniti, che preferirono, almeno in un primo momento, non immischiarsi negli affari balcanici, essendo questa un’area che non avrebbe portato particolari benefici.
Preso atto dell'inefficienza di alcune mosse diplomatiche, c’è però anche da sottolineare che le potenze occidentali si trovarono a dover fare i conti con alcune personalità difficilmente gestibili: mi riferisco in special modo a Slobodan Milosevic, il leader serbo che si è sempre detto d'accordo con le tregue offertegli dalla diplomazia, salvo poi farsi beffe dei negoziati stipulati, e Franjo Tudjman, presidente croato, ancora più equivoco, capace di appellarsi alla Comunità Europea per arrestare l’aggressione dell’Esercito Federale eppure di non portare convinti contrattacchi all'aggressore, con l'unico scopo di non inimicarselo del tutto, sapendo che prima o poi l'obiettivo del nemico sarebbe coinciso con il proprio.
Si può pertanto evincere quanto complessa risultasse la situazione per Usa e Ce, nel dover decidere se fosse più giusto riconoscere l'indipendenza proclamata dai nuovi Stati, o se invece negarne momentaneamente lo status al fine di non scatenare sanguinose rivolte.

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INTRODUZIONE: La complessa questione delle responsabilità Premetto che affrontare in maniera distaccata e analitica un argomento del genere, la cui letteratura in merito, perlomeno quella da me consultata, risulta piuttosto orientata su una visione unilaterale dei fatti, si è rivelato un compito di non facile esecuzione. Posso pertanto qui di seguito citare alcuni dei testi consultati, i quali mi hanno portato a prendere coscienza sull’assenza di una multilateralità dei punti di vista, probabilmente dovuta in gran parte alla difficoltà di pervenire alle fonti: Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave, Einaudi, Torino 2001; Stefano Bianchini, La questione jugoslava, Giunti, Firenze 1999; Christopher Cviic, Rifare i Balcani, Il Mulino, 1993 Bologna; Stefano Bianchini, L'enigma jugoslavo. Le ragioni della crisi, Franco Angeli, Milano 1989. Detto ciò, il mio intento non è certo quello di avventurarmi in furiosi anatemi contro gli oppressori, né, per converso, in apologie dei vani tentativi diplomatici di mezza Europa. Niente di questo. Gli eventi che hanno devastato la penisola balcanica non presentano un unico folle ideatore: d'altronde, non sarebbe possibile. L'interconnessione moderna degli Stati di tutto il mondo fa sì che ad ogni azione minimamente rilevante consegua una reazione internazionale più o meno incisiva. Questioni economiche, certo: la Comunità Europea desiderava finalmente dimostrare di poter prescindere dall'ala protettiva degli Stati Uniti d'America; il libero scambio di merci sul vecchio continente, inoltre, non poteva far altro che giovarsi dell'entrata in gioco di nuovi soggetti statali indipendenti. Gli Stati Uniti, invece, appena usciti dal conflitto in Kuwait, preferivano, almeno in un primo momento, non mettere il naso negli affari balcanici, trattandosi questa di un'area su cui l'eventuale controllo non avrebbe portato particolari benefici. Zdravko Tomac affermò, facendo un paragone tra Kuwait e Bosnia-Erzegovina, che la tragedia di quest'ultima "sta nel fatto che la Bosnia ha i musulmani, ma non il petrolio." Per di più, serpeggiava tra i politici americani il malcelato timore che la Bosnia fosse una terra ostica, inespugnabile, in cui un intervento militare sarebbe risultato disastroso, come in Vietnam. Gli interventi internazionali nella questione jugoslava degli anni '90, del resto, sono stati 1

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