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Relazione tra Linguaggio e Memoria nella Sindrome di Down: Comprensione delle frasi interrogative soggetto-oggetto

L’obiettivo che mi sono prefissa di raggiungere con il mio lavoro di tesi sperimentale, è stato quello di indagare il grado di comprensione delle frasi interrogative Chi-Quale in soggetti affetti da Sindrome di Down e vedere se un’eventuale compromissione di tale funzione, potesse dipendere da caratteristiche sintattiche, di memoria e/o da entrambe.
In italiano, abbiamo domande WH con un’ambiguità strutturale tra l’estrazione di soggetto o di oggetto dell’elemento WH. Ad esempio in frasi come: “Chi ha chiamato Gianni?”, secondo il Principio di Catena Minima (De Vincenzi,1991) l’analizzatore sintattico, parser, sceglie la struttura sintattica meno complessa, quella cioè che sovraccarica in misura minore la memoria a breve termine, interpretando così, almeno inizialmente il pronome interrogativo Chi come soggetto della frase. Possiamo quindi affermare che la comprensione delle frasi WH può essere determinata, da limitazioni dei sistemi di memoria a breve termine o di lavoro, da limitazioni sintattiche, dovute al fatto che determinate strutture sintattiche si acquisiscono più tardi rispetto ad altre, o dalla combinazione di entrambe.
Occupandoci per un attimo delle caratteristiche del linguaggio nella Sindrome di Down, vediamo come questi soggetti tendono ad omettere frequentemente gli argomenti del verbo posti in posizione di soggetto. Tale omissione viene attribuita da Ingham (1992), ad una fase dello sviluppo nota come Periodo del Soggetto Opzionale: secondo la quale i soggetti con Sindrome di Down ometterebbero il soggetto a causa delle loro difficoltà con l’acquisizione delle caratteristiche distintive del tempo grammaticale. Le ipotesi sperimentali dalle quali sono partita sono 2 e cioè, se l’acquisizione delle frasi interrogative CHI-QUALE dovesse dipendere quasi esclusivamente dal minor carico della MBT per l’interpretazione del pronome interogativo come soggetto, allora anche i soggetti con SD a fronte di uno span verbale ridotto dovrebbero mostrare la stessa preferenza per Chi-Quale soggetto. Mentre se l’acquisizione di tale struttura dovesse dipendere da competenze sintattiche, allora dovremmo aspettarci che questi soggetti preferiscono l’interpretazione per Chi-Quale oggetto, come sostenuto dal Periodo del Soggetto Opzionale.
Ho somministrato il Test di comprensione delle frasi interrogative Chi-Quale (De Vincenzi, 1996) ad un gruppo di 8 persone affette da Sindrome di Down di età cronologica compresa tra i 33 e i 62 anni e con un’età mentale pari a 5 anni, ospiti presso l’Istituto di Riabilitazione S.Stefano di Porto Potenza Picena. Successivamente ho poi messo a confronto i dati risultanti con 2 precedenti ricerche in cui le stesse frasi, sono state presentate a 352 bambini normodotati di età compresa tra i 3 e gli 11 anni e a Michele un bambino autistico di 11 anni.
In questa slide possiamo vedere come il test a cui è stato sottoposto il campione, si componga sia di domande in cui il pronome interrogativo Chi-Quale assume la funzione di soggetto o di oggetto della frase, sia di rappresentazioni animate, che servono al soggetto per fornire una risposta alla domanda, semplicemente indicandola nel disegno.
I risultati sottolineano come i soggetti con Sindrome di Down in media, non mostrino una chiara preferenza tra l’estrazione di Chi-Quale soggetto o oggetto:una minima differenza, anche se non significativa, la troviamo tra Quale-soggetto e Quale-oggetto.
Mettendo poi a confronto le percentuali di risposte corrette nei soggetti affetti da Sindrome di Down, che ricordiamo avevano un’età mentale di 5 anni, con quelle ottenute dai bambini normodotati, appartenenti alla stessa fascia di età, vediamo come già a 4-5 anni i bambini con sviluppo normale preferiscono l’estrazione di Chi-Quale soggetto, preferenza che come abbiamo già detto non si riscontra nei soggetti down.
Rispetto a Michele, ottengono risultati migliori, nonostante avessero uno span verbale ridotto, da 0 a 3.
Concludendo possiamo affermare che rispetto ai bambini normodotati e a Michele, i soggetti con SD hanno struttura e meccanismo di acquisizione e comprensione dell’interrogativa differente, infatti non riescono a svolgere in modo facile e veloce esercizi in cui è richiesta l’estrazione del soggetto. Considerando il fatto che i soggetti con SD hanno uno span verbale ridotto rispetto a Michele e ai bambini normodotati, possiamo affermare che la comprensione di questo tipo di frasi, di per sè carica eccessivamente il sistema di memoria. Mentre, il fatto che non applichino la strategia del Chi-soggetto può essere spiegato dal Periodo del Soggetto Opzionale, secondo il quale il soggetto affetto da SD ometterebbe il soggetto della frase a causa delle difficoltà di acquisizione delle caratteristiche distintive del tempo grammaticale.

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6 INTRODUZIONE LA SINDROME DI DOWN Nel 1866 un medico inglese, Langdon Down (Down, 1866), descrisse per la prima volta la sindrome genetica causa di ritardo mentale più nota e prevalente tra la popolazione mondiale, conosciuta oggi con il nome di Sindrome di Down. Ai suoi tempi Down, non avendo ancora a disposizione conoscenze genetiche attendibili, stese un rapporto clinico ove metteva in luce le più importanti e frequenti caratteristiche fisiche degli individui affetti da DS, quali la presenza di una personalità “umorale” e il relativo ritardo mentale collegato alle difficoltà linguistiche e di apprendimento di questi individui. Inizialmente Down usò il termine idioti, allora con significato scientifico e non dispregiativo, per indicare i soggetti affetti dalla Sindrome. Ipotizzò anche una possibile classificazione etnica della Sindrome, utilizzando il termine “mongolismo”. Secondo Down, data la loro somiglianza con il popolo mongolo, la sindrome poteva essere caratterizzata da regressione ad una condizione primitiva, tipica anche degli abitanti della Mongolia. Nonostante si trattasse di speculazioni del tutto erronee, il termine mongolismo venne adottato per molto tempo. Lejeune, Gautier e Turpin (1959) pubblicarono un articolo dove sostenevano che la DS dipendesse dalla presenza di un cromosoma in più nella coppia 21, e da allora venne anche definita “Trisomia 21 ”. Data la casualità della sua comparsa, è un’anomalia cromosomica congenita non ereditaria. Quindi la causa genetica della DS è la presenza di un cromosoma in più, cioè 3 anziché i consueti due (di norma uno di derivazione materna e uno di derivazione paterna). La Sindrome può essere identificata attraverso lo studio della mappa cromosomica di una persona, ciononostante non si è in grado di conoscere la causa specifica di questa anomalia genetica. Sappiamo soltanto che uno dei probabili fattori d’incidenza è l’età della madre, nel senso che la possibilità di avere un bambino con Sindrome di Down aumenta con l’aumentare

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Beatrice Peroni Contatta »

Composta da 45 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.