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Caso Ilva: il diritto alla vita in bilanciamento

Mi sono occupata di un particolare profilo del caso Ilva, affrontando le conseguenze dell’inquinamento in un’ottica penale-sociologica ed offrendo una lettura alternativa al bilanciamento tra diritti operato dalla Corte Costituzionale.Sono partita dai dati fattuali emersi dalle perizie epidemiologica e chimica, assunte nel corso dell’incidente probatorio del procedimento penale per disastro ambientale, e ho esaminato i provvedimenti cautelari che ne hanno dato seguito.
Punto cruciale dell’inchiesta Ilva è certamente rappresentato dal lavoro peritale. Sinteticamente,si sono riscontrati livelli complessivi di mortalità e di ricorso al ricovero ospedaliero molto più elevati nei quartieri adiacenti lo stabilimento,Paolo IV e Tamburi, rispetto ad altri quartieri tarantini.
A tali dati hanno seguito i provvedimenti cautelari disposti dal Gip tarantino.
Le azioni giudiziarie si sono però scontrate con le intervenute norme, favorevoli alla prosecuzione dell’attività produttiva, il dl 207/12 convertito nella legge 231. Il chè ha interessato una pronuncia della Corte Costituzionale, sollevata la questione di legittimità costituzionale in quanto il decreto concretamente vanificava gli effetti inibitori dei provvedimenti cautelari, ergo l’effettività della tutela penale.
Tuttavia, la Corte ha ritenuto infondata la questione e ha operato un bilanciamento tra il diritto alla salute, tutelato dall’art 32 Cost., su cui si fonda il diritto ad un ambiente salubre, con il diritto al lavoro tutelato dall’ art 4, e da cui deriva l’interesse costituzionalmente rilevante al mantenimento dei livelli occupazionali.
Negando la tesi, sostenuta nell’ordinanza di rimessione, dell’esistenza di una gerarchia statica tra valori, essa ha sottolineato l’importanza di un bilanciamento continuo tra principi fondamentali, senza pretese di assolutezza per nessuno di essi.
Sicchè interrompere l’attività produttiva dell’Ilva avrebbe rappresentato una lesione del diritto al lavoro costituzionalmente protetto.
Ma per quanto il diritto al lavoro sia un principio fondante della nostra Repubblica, esso non può essere deleterio per la vita umana.
Se non vogliamo parlare di diritto alla vita, alla salute e ad un ambiente salubre, possiamo però parlare dell’incidenza dell’inquinamento sulle spese dello Stato, perché a questo punto negli interessi economici dello Stato, non può non tenersi conto di quanto questa “produzione che non può fermarsi” incida economicamente sulla sanità pubblica, ergo sulle nostre casse.
Questo è lo studio che ho proposto, attraverso un’analisi incrociata dei dati emersi dalle perizie richiamate, nonché dallo studio sentieri, con gli studi oncologici effettuati a livello nazionale.
Secondo i dati emersi dal quarto rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, realizzato dal Censis in collaborazione con la Favo,è infatti possibile quantificare e monetizzare i costi diretti e indiretti dell’inquinamento.
L’insorgere o l’acutizzarsi di una malattia crea una serie di effetti economici che possono essere tradotti in:
- costi diretti:spese ospedaliere e farmaceutiche;
- costi indiretti:monetizzazione delle ore di lavoro perse a causa della patologia;
Il costo sociale complessivo sostenuto dal servizio sanitario nazionale annualmente è risultato pari ad 36,4 miliardi di euro, per un costo procapite pari a 34mila euro l’anno.
Incrociando questi dati con gli eccessi tumorali tarantini, che le perizie hanno ricondotto eziologicamente agli inquinanti Ilva, la portata economico-dannosa del colosso industriale non è difficile da comprendere.
In definitiva, se nel bilanciamento tra diritti costituzionali deve prevalere l’economia, i costi dell’inquinamento dovrebbero rilevare almeno quanto i livelli occupazionali salvaguardati dall’Ilva, perchè quella stessa economia che l’Ilva mantiene in piedi, allo stesso tempo la deteriora con altrettanti notevoli costi che gravano sulle nostre casse e che sono destinati a non cessare, né tantomeno diminuire sino a che non si decida di intervenire con seri provvedimenti di bonifica.
Concludendo, la stima dei costi sanitari e sociali dell’inquinamento, fornendo informazioni sul peso economico sopportato dalla collettività, può rappresentare un utile parametro di confronto nelle scelte pubbliche, ma anche orientare le decisioni dell’amministrazione verso la messa in atto di efficaci e seri correttivi per la riduzione del fenomeno.

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2 1. INTRODUZIONE L’annoso “caso Ilva” ormai noto alle cronache mediatiche, è una questione risalente nel tempo. Già nel 1997 il Consiglio dei Ministri dichiarava Taranto “area ad elevato rischio di crisi am- bientale” e la perdurante situazione di inquinamento della città determinò alla fine degli anni ’90 l’apertura di un’inchiesta ad opera della magistratura, conclusasi con una condanna definitiva, nei confronti dei dirigenti dell’industria siderurgica, per il reato di cui all’art. 674 del codice penale 1 . Ma le conseguenze penali non hanno posto fine ai danni ambientali, tanto che sono stati ne- cessari provvedimenti inibitori del Sindaco di Taranto, nel giu- gno del 2010, per l’utilizzo dei giardini pubblici del quartiere Tamburi rivolti ai bambini e ai possessori di cani, a causa della presenza accertata nell’erba di tracce di diossina e altro materiale inquinante 2 ; tanto da causare l’abbattimento, tra il 2008 e il 2012, di migliaia di capi di bestiame allevati da aziende agricole taran- tine 3 ; e da provocare un fortissimo inquinamento, e la conseguen- 1 Cass. pen., sez. III, 28 settembre 2005, n. 38936, Riva, in Giust. pen. 2006, II, 545. 2 Cfr. l’ordinanza sindacale del 23 Giugno 2010 reperibile sul sito internet del Comune di Taranto. 3 FOSCHINI G., Carne alla diossina. Paura a Taranto, in La Repubblica del 27 Ottobre 2008.

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Maria Giuseppina Cappiello Contatta »

Composta da 50 pagine.

 

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