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Il caso FIAT. Presupposti economici e contenuti della vertenza giuridico-sindacale nel quadro delle relazioni industriali

Le strategie di FIAT negli stabilimenti italiani, attraverso il piano di investimenti "Fabbrica Italia" (2010), sono state determinate dalla scarsa competitività nel mercato globale dell'auto. Il tentativo di rivedere allora le proprie politiche contrattuali e sindacali oltre che l'organizzazione del lavoro, riducendo i costi e massimizzando i margini di profitto, si è dimostrato poco lungimirante, in presenza di un mercato che stenta a garantire gli opportuni livelli di vendita. A livello giudiziario inoltre si è dovuto investire, per difendersi dalle accuse di condotta antisindacale e per richiedere il riconoscimento dell'efficacia giuridica dei contratti collettivi aziendali, in una politica svincolata dai "limiti" del nostro sistema di relazioni industriali.

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4 INTRODUZIONE “La Fiat non è l’archetipo dell’Italia” scriveva Gino Giugni in un articolo dal titolo “il modello fantasma” su MicroMega, nel non lontano 1987, per evidenziare la distanza tra il modello sindacale adottato dall’azienda torinese e quello tipico delle relazioni industriali in Italia. 1 Ebbene, ancora oggi, ci si ritrova a dover analizzare sul piano sindacale l’atteggiamento della più importante industria manifatturiera italiana potendone fare oggetto di “caso”, dal momento che per opera della sua dirigenza , ed in particolare nella figura del suo amministratore delegato Sergio Marchionne, la Fiat tende a restare nello storico solco della divergenza rispetto al modello comunemente accettato di relazioni industriali , proponendone letture diverse soprattutto giocando intorno agli spazi di autonomia che il c.d. “ordinamento intersindacale” consente. In effetti, Fiat s.p.a. è una holding, una multinazionale che da tempo ha realizzato la sua internazionalizzazione al punto da ritrovarsi oggi a dover competere nell’ambito di un mercato che è globale ed in quanto tale richiede delle strategie di gestione che si sleghino da quelli che possono essere i vincoli imposti dal contesto nazionale. Il “caso” dunque, così come viene ad esplicarsi negli ultimi anni, può essere letto attraverso un opportuno riferimento alle caratteristiche del mercato dell’auto a livello globale, il quale pare dettare specifiche esigenze produttive ed organizzative agli attori che vi agiscono. E’ evidente che storicamente la Fiat in Italia è divenuta una vera e propria istituzione, considerato il peso che è andata assumendo nel contesto sociale attraverso la creazione di sogni e status simbol : il sogno di avere un automobile per non avere limiti di mobilità (negli anni 50/60 del 900) , il sogno di potersi permettere l’acquisto di una vettura (con i prezzi politici applicati in quegli anni) , il sogno di poter trovare un’occupazione stabile nella più grande impresa italiana. E’ proprio il peso economico e sociale assunto dalla “fabbrica italiana automobili Torino” ciò che ha contribuito alla sua istituzionalizzazione al punto da farla divenire destinataria di politiche economiche “dirette” da parte dello Stato attraverso una lunga serie di strumenti: dalle sovvenzioni dirette, agli incentivi per gli investimenti (soprattutto nel mezzogiorno) fino agli sgravi fiscali e gli incentivi alle rottamazioni. Tuttavia, la Fiat ,pur beneficiando in maniera abnorme di tali vere e proprie provvidenze dello Stato Sociale, ogni qual volta abbia cercato di rimarcare la sua autonomia economica e decisionale, indubbiamente esistente quanto meno a livello giuridico, si è trovata a doversi relazionare con le opinioni degli attori sociali assumendo un atteggiamento spesso 1 V. Bavaro “Dall’”archetipo” al “prototipo” nella vicenda Fiat: nuove questioni giuridico sindacali”, in www.ildiariodellavoro.it

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Sandro Stano Contatta »

Composta da 33 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 839 click dal 13/11/2013.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.