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Interdizione verbale ed eufemismi nel mondo latino: il campo lessicale del sesso

Ultimata l'analisi lessicale della sessualità nel mondo latino è possibile delinearne le caratteristiche più interessanti.
In primo luogo l'ampiezza del vocabolario dimostra come l'erotismo sia stato un 'terreno fertile' per l'innovazione linguistica e come pudore, norme sociali e ricerca stilistica ne siano stati alla base, trasformando la forza inconscia dell'argomento in creatività: non è un caso che i moduli di sostituzione più utilizzati siano figure retoriche, su tutte metafora e metonimia.
Ben più rara era l'attenuazione tramite l'uso di termini greci: erano per lo più tipici del linguaggio medico, termini neutri piuttosto che eufemismi. Erano invece più frequenti i calchi linguistici, in tutte le varietà del linguaggio: sono di questo tipo pubes, uerenda, sinus muliebris, hortus e sedes.
Da un punto di vista sociolinguistico si evince immediatamente la disparità di considerazione tra i sessi maschile e femminile: a testimonianza del ruolo centrale della virilità nella cultura romana i sostituti di mentula (oscenità primaria per indicare il pene) sono infatti in netta maggioranza rispetto a quelli di cunnus (oscenità primaria per la vagina). Non solo la quantità è indicativa in questo senso: gli stessi significati originari di termini impiegati metaforicamente per gli organi genitali danno un'idea della distanza esistente tra i due sessi. Tra i sostituti di mentula sono frequenti infatti parole che connotano la virilità come dominazione ai limiti della violenza, come ad esempio i nomi di armi quali gladium o hasta, mentre il sesso femminile è designato da metafore che la caratterizzano come un campo da coltivare, una porta da varcare o un limen da conquistare.
Altre considerazioni di carattere sociolinguistico riguardano la stratificazione sociale che caratterizza il latino della sessualità: la pudicitia e la conseguente interdizione linguistica erano direttamente proporzionali al livello sociale.
Nelle classi più agiate il linguaggio osceno era ritenuto disonorevole: la lettera ai familiari 9, 22 di Cicerone rappresenta in questo senso una vera e propria guida sulle parole da evitare.
Nella produzione letteraria e nell'oratoria la considerazione negativa delle parole oscene si riflette nella ricerca del bello stile: l'epica e i generi elevati disdegnavano ogni volgarità e persino la satira adottava un linguaggio educato e misurato, rifacendosi ai canoni della metriotes aristotelica.
Le parole oscene erano invece frequenti negli autori di epigrammi, in particolare Marziale, nel Catullo più tendente all'invettiva, nei Carmina Priapea e in Petronio.
È da considerare tuttavia che al di là delle norme sociali e di ogni tipo di schematizzazione, l'interdizione sessuale non era abbastanza forte da evitare che le parole oscene fossero diffuse in tutti gli strati sociali. Non esisteva d'altronde nulla di paragonabile all'interdizione magico-religiosa e chi pronunciava i termini interdetti non era soggetto a punizioni di alcun tipo.
La scelta della terminologia sessuale era influenzata infatti da circostanze quali la situazione comunicativa (nel caso di testi letterari i canoni di genere), l'attitudine del parlante verso l'argomento e la natura (violenta o consensuale, più o meno accettabile socialmente) dell'atto di cui si parla.
Il sesso di chi parlava e quello della persona alla quale ci si rivolgeva dovevano svolgere un ruolo importante: per le donne era infatti sconveniente usare termini osceni e, stando alle molteplici testimonianze letterarie, era oltraggioso persino che le sentissero pronunciare da altri.

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3 INTRODUZIONE. Che cos'è dunque la verità? Un mobile esercizio di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria [...]. Friedrich Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale 1. Tabu, eufemismo e interdizione: alcune definizioni preliminari Evitare l'impiego di termini troppo espliciti quando si parla di argomenti sconvenienti, imbarazzanti o spaventosi è un fenomeno universale fin dagli albori della civiltà umana: l'uomo è un animale sociale e la lingua, in quanto strumento principale per rapportarsi con l'altro, è l'espressione di una determinata civiltà ancor prima che dell'individuo e non può che essere regolata da norme più o meno implicite che variano da una società all'altra e aumentano per numero e complessità di pari passo con il suo sviluppo. Tale fenomeno è chiamato dai linguisti tabu linguistico, eufemismo oppure interdizione linguistica 1 : secondo la definizione di N. Galli de' Paratesi si tratta di tre momenti diversi dello stesso fenomeno. L'interdizione linguistica è definita come la “coazione a non parlare di una data cosa o ad accennarvi con termini che ne suggeriscano l'idea pur senza indicarla direttamente” 2 e può essere imposta dall'esterno o derivare da motivazioni interiori. L'eufemismo è il fenomeno linguistico propriamente detto e consiste nell'evitare e sostituire le parole con altre più consone alla situazione comunicativa ed è la diretta conseguenza dell'interdizione linguistica. Nel linguaggio comune è chiamata eufemismo l'espressione con cui si sostituisce ciò che è interdetto: si tratta di un appellativo fuorviante dal momento che nessuna parola è di per sé un eufemismo ma è il contesto in cui è impiegata a renderla, più correttamente, un sostituto eufemistico. Per É. Benveniste il termine deriva dal greco euphemia «dire bene», che a sua volta 1 Galli de' Paratesi 1964: 17 riporta linguistic taboo ed euphemism come termini impiegati dagli studiosi anglofoni e interdiction linguistique come termine preferito dai francofoni. 2 ibidem.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Andrea Del Rosario Contatta »

Composta da 88 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.