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Artaud e Cioran: i filosofi dell'avvenire

Informazioni tesi

  Autore: Marco De Vidi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Francesco Mora
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

L'uomo è in balia della confusione, è disorientato, è incapace di trovare dei riferimenti saldi, delle idee che lo possano guidare nella vita. Quella che viene chiamata cultura è qualcosa che ormai è incapace di rivolgersi all'uomo, di occuparsi dei suoi veri problemi. Abbiamo perso la capacità di vivere e di rivolgerci alla vita, le nostre idee ed il nostro linguaggio non sanno più dire la vita, non le appartengono più, non la toccano. Artaud e Cioran cercano invece una nuova lingua, l'espressione della vita, della sua esperienza, della sua mutevolezza e ricchezza. La loro lingua, le loro innovazioni nella lingua, hanno come obiettivo dunque proprio la riappropriazione, il giungere ad una padronanza della lingua che sia in grado di ripristinare l'unità tra la vita e la sua espressione.
La lingua di Artaud e Cioran, questa urgenza, nella lotta sempre sanguinante con l'altro che ci abita, nell'impossibilità consapevole ma irrinunciabile di dominarlo, ci insegna l'importanza di mantenere aperta la lingua, di rispettarne la natura, pur in questo movimento di rivolta contro i suoi codici, le parole già dette, le costruzioni di cui è stata fatta ostaggio.
Dire la ferita è il tentativo di evitare la chiusura, chiusura della lingua e nella lingua.

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3 1. Contro il sapere concettuale “Il mondo ha fame e non si preoccupa minimamente della cultura […]. La cosa piø urgente non mi sembra dunque difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame” 1 . Quello di Artaud è un appello disperato. Si accorge che attorno a lui ormai c’è una “asfissiante atmosfera” 2 , una crisi irreversibile; quella che viene chiamata cultura è qualcosa che ormai è incapace di rivolgersi all’uomo, di occuparsi dei suoi veri problemi. “Vedo alla base di questa confusione una frattura tra le cose, e le parole, le idee, i segni che le rappresentano” 3 . L’uomo è in balia della confusione, è disorientato, è incapace di trovare dei riferimenti saldi, delle idee che lo possano guidare nella vita. Ma noi “abbiamo soprattutto bisogno di vivere, e di credere in ciò che ci fa vivere e che qualcosa ci fa vivere” 4 . Noi non siamo piø nemmeno in grado di vivere, la nostra non è una vera vita, ormai riusciamo solo a “contemplare le nostre azioni e perderci in riflessioni sulle forme fantasticate delle azioni, anzichØ lasciarci condurre da esse” 5 . Siamo vittime ormai di una alienazione totale, la nostra non è piø una vita vissuta, non siamo piø in grado nemmeno di essere posseduti dalla nostra vita, ma solo di guardarla dal di fuori, di tematizzarla, di discuterla. Abbiamo perso la capacità di vivere e di rivolgerci alla vita, la nostra è “un’epoca in cui niente aderisce piø alla vita” 6 e ciò perchØ le nostre idee ed il nostro linguaggio non sanno piø dire la vita, non le appartengono piø, non la toccano. 1 A. ARTAUD, Il Teatro e il suo doppio. Con altri scritti teatrali e la tragedia “I Cenci”, Einaudi, Torino 1968, pag.109. 2 Ivi, pag. 157. 3 Ivi, pag. 109. 4 Ibid. 5 Ivi, pag. 110. 6 Ibid.

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sacro
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artaud
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