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La delinquenza femminile in alcune teorie criminologiche

Informazioni tesi

  Autore: Egle Boato
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Ferrara
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Operatore Giudiziario e dei Corpi di Polizia
  Relatore: Giovanna Cavallaro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

Lo scopo di questa tesi è quello di affrontare e di analizzare la delinquenza femminile in alcune teorie criminologiche.
Tale argomento riveste un certo interesse sia dal punto di vista socio-culturale sia di quello giuridico. Riguardo al primo aspetto, l’analisi di teorie sulla criminalità femminile evidenzia e permette una migliore comprensione dei ruoli rivestiti dalle donne nel susseguirsi del tempo fino all’odierna situazione della parità dei sessi, disciplinata dallo stesso art. 3 della nostra Costituzione.
Dal punto di vista giuridico l’analisi della delinquenza femminile ha introdotto, nel sistema penalistico, nuove fattispecie criminose che hanno lo scopo di segnare il limite tra comportamenti leciti ed illeciti compiuti da soggetti di sesso femminile (si pensi per esempio alla prostituzione e all’aborto). Inoltre la presenza di donne in carcere ha richiesto anche un’adeguazione del sistema carcerario: nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, sono state introdotte alcune misure (la detenzione domiciliare, la detenzione domiciliare speciale, il rinvio obbligatorio e facoltativo dell’esecuzione della pena) che cercano di far combaciare il più possibile l’esigenze sanzionatorie con il ruolo della donna come madre.
Le fonti che ho utilizzato per il mio lavoro sono per la maggior parte monografie e articoli tratti da riviste di criminologia e diritto e procedura penale; nella parte finale del lavoro sono stati utili anche i riferimenti ad un Trattato (quello ad opera di Ferracuti sulla criminologia) e ad alcune ricerche (e tra queste merita un cenno quella svolta da Campelli, Faccioli, Giordano, Pitch sulle donne in carcere).
Nel presentare le varie teorie è stata fatta una scelta di tipo cronologico, suddividendo i materiali utilizzati in tre diversi periodi: le teorie tra il XIX e il XX secolo, il periodo tra le due guerre mondiali e il dopoguerra.
Nel primo periodo l’analisi della criminalità femminile è focalizzata su un profilo biologico (Lombroso, William Isaac Thomas).
Nel periodo tra le due guerre sono invece presentate tre diverse teorie formulate da Bishop, Lekkerkerker e dai coniugi Glueck.
Il capitolo terzo, con il quale ci si avvicina al dibattito più recente, si apre con l’analisi della teoria del ruolo sociale di Otto Pollak, per poi analizzare le considerazioni di Gisela Konopka e la teoria di Hoffman-Bustamante.
Nell’ultima parte della tesi mi occuperò delle teorie femminili più recenti enunciate da Freda Adler e Carol Smart.
Quello che è emerso da questo lavoro, è la presenza, all’interno di gran parte delle teorie criminologiche, di una concezione sostanzialmente sessista che imputa la delinquenza femminile o all’inferiorità della donna (Lombroso) o alla sua smania d’essere pari all’uomo, vale a dire come conseguenza del dilagare dei movimenti femministi (Bishop, Adler). Premettendo che l’obiettivo principale di questa tesi è quello di riuscire a collocare le teorie in un quadro “storico”, si può affermare che solo verso la seconda metà del secolo scorso, lo studio della criminalità femminile diede attenzione anche agli aspetti sociali (situazione economica e familiare, grado d’istruzione, condizione lavorativa e abitativa) nei quali alcuni autori come i Glueck, la Konopka e la Smart evidenziarono delle possibili cause del crimine.

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1 1. LE TEORIE TRA XIX E XX SECOLO 1.1 Cesare Lombroso e la sua visione di delinquenza di genere Il criminologo al quale si attribuisce il merito di aver studiato e diffuso le prime teorie criminologiche, e di aver considerato la criminologia come una vera e propria disciplina scientifica è Cesare Lombroso (Verona 1835-Torino 1909). Nato a Verona «da una famiglia ebraica dell’Italia settentrionale, studiò all’università di Padova, di Vienna e di Pavia nella quale si laureò nel 1858» 1 ; dedicò gran parte del suo tempo a raccogliere dati tramite l’osservazione diretta di gruppi di persone: dal 1859 al 1863 studiò 3.000 soldati in Calabria durante la seconda guerra d’indipendenza; dal 1863 al 1872, approfittando della sua posizione dirigenziale all’interno dei manicomi di Pavia, Pesaro (di cui era il direttore) e Reggio Emilia, svolse le prime ricerche su soggetti alienati ed infine analizzò gli ‘ospiti’ del penitenziario della città di Torino (dove ottenne nel 1876 la cattedra universitaria in Medicina legale, nel 1891 in Psichiatria e nel 1905 in Antropologia criminale). Nelle sue principali opere (L’uomo delinquente, 1876; La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, 1893) Lombroso cercò di stabilire dei collegamenti tra le anomalie fisiche e psicologiche dell’individuo e la degenerazione morale del delinquente, giungendo così alla classificazione dei delinquenti ed alla creazione della “antropologia criminale”. Questa disciplina s’inserì in una corrente di pensiero «costituita da alcuni punti salienti comuni: forza dei fattori biologici ereditari nella genesi del delitto; idea del delinquente nato; pessimismo sulla possibilità di intervenire nel settore della criminalità, se si eccettuano le misure eugenetiche a lunga 1 GIBSON MERY, Nati per il crimine. Cesare Lombroso e le origini della criminologia biologica, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pag. 20.

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