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Partecipazione dei lavoratori e ordinamento costituzionale

Fin da quando la cosiddetta rivoluzione industriale determinò l’accentramento degli strumenti produttivi nelle mani dei detentori di capitale, i cosiddetti «capitalisti», e creò le premesse per la distinzione classica tra i “padroni” ed i lavoratori subordinati o proletari, si pose il problema della “democratizzazione” dell’impresa . A proposito di quest’ultima operazione si usò un’espressione abbastanza colorita per definire la questione, parlando di trasformazione della «monarchia aziendale» da assoluta in «monarchia costituzionale».
Naturalmente, allorché il suffragio universale cominciò ad allargarsi a basi sempre più ampie, portando nei Parlamenti anche i rappresentanti delle classi più disagiate e dei sindacati dei lavoratori, i governi espressi da quei Parlamenti si fecero più aperti alle questioni sociali e contribuirono ad attenuare la miseria delle classi più umili e la rigida ripartizione tra abbienti e proletari; il tutto affinché la conquista delle libertà politiche avesse un contenuto economico, senza il quale tali libertà sono prive di significato.
Ad una prima ondata di democratizzazione, tuttavia, restava inappagata l’esigenza di attenuare l’ingiustizia sociale, in particolare nell’ambito dei rapporti di lavoro, non solo al di fuori dell’impresa capitalistica ma specialmente all’interno dell’impresa privata. Questa non doveva realizzarsi in modo indiretto ma propriamente attraverso la partecipazione responsabile, deliberativa o almeno consultiva, alla gestione dell’impresa privata, ossia in qualche modo “socializzandola”.
Il tema della cogestione è stato oggetto di un vasto dibattito, con connotazioni prevalentemente sociali e politiche, per essere stato questo argomento un punto di scontro e di incontro tra politici ed intellettuali della provenienza più diversa e secondo aggregazioni talora inattese che fanno intuire come spesso si dia allo stesso termine contenuto assai diverso.
Lo scopo principale di questo lavoro è di riprendere, dandone dei nuovi e più adeguati connotati, un tema che in certi momenti ha simboleggiato speranza di sviluppo e prosperità economica non dimenticandosi però dell’elevazione sociale del cittadino inteso nell’accezione più alta della sua personalità. In un panorama così eterogeneo si è cercato di fornire alcune essenziali chiavi di lettura e indispensabili indicazioni onde consentire, dopo uno studio approfondito, un’analisi attenta e critica in modo da riproporre, nel caso in cui si presentino le giuste condizioni, una soluzione al problema economico che attanaglia in questi tempi le imprese, ostacolandone la florida espansione.
Deve confidarsi il fatto che si tratta di un istituto giuridico che non ha avuto attuazione in Italia ma ha avuto molteplici attuazioni, integrali o parziali, nei paesi europei e rispetto al quale si pongono problemi non semplici di qualificazione giuridica, di distinzione da figure apparentemente affini (autogestione, azionariato operaio, commissioni interne) e del quale controversi sono i contenuti (potere di decisione, diritto di controllo, di informazione, di consultazione preventiva, ecc.); vi è inoltre il problema della titolarità del diritto ed altresì il nesso davvero molto stretto con la stessa natura dell’impresa oltre che, beninteso, con i poteri dell’imprenditore.
Data l’evidente connessione di molti dei cennati problemi si è cercato di inquadrare il tutto cercando di vederlo da una visione pubblicistica del diritto, secondo un percorso logico-cronologico ma avente sempre come via maestra l’articolo 46 della Costituzione, norma complessa e complicata per il difficile e “ostruzionistico” iter che l’ha caratterizzata.
Dopo una introduzione storica con i primi approcci alla materia partecipativa, si è cercato di documentare le linee fondamentali secondo le quali il dibattito si è sviluppato, soffermandosi particolarmente sul significato che ha permeato la norma costituzionale, ricordando l’esperienza dei “consigli di gestione”, diversi dalla cogestione sebbene, secondo alcuni autori, con questa identificata. Il dibattito politico svoltosi nell’Assemblea, nella III sottocommissione nell’ottobre del 1946 e nel maggio del 1947, è sembrato tuttora indispensabile per comprendere il clima nel quale la norma era stata ideata, ancorché la stessa Costituzione abbia vissuto in questi anni e si sia arricchita di contenuti spesso molto diversi rispetto a quello che avevano concepito i nostri costituenti (gli artt. 39 e 40 ne sono una dimostrazione). Fatto sta che qualsiasi ricostruzione sistematica dell’istituto non può prescindere dal dato fornito da quei lavori preparatori, con riferimento dell’art. 46 ai principi d’uguaglianza, al principio lavorista e dello sviluppo del lavoratore e al principio dell’intervento pubblico in economia.
I richiami della giurisprudenza sono particolarmente esigui ed estemporanei, trattandosi di norma meramente programmatica.

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1 PREFAZIONE ALLA LETTURA DELL’ART. 46 Fin da quando la cosiddetta rivoluzione industriale determinò l’accentramento degli strumenti produttivi nelle mani dei detentori di capitale, i cosiddetti «capitalisti», e creò le premesse per la distinzione classica tra i “padroni” ed i lavoratori subordinati o proletari, si pose il problema della “democratizzazione” dell’impresa 1 . A proposito di quest’ultima operazione si usò un’espressione abbastanza colorita per definire la questione, parlando di trasformazione della «monarchia aziendale» da assoluta in «monarchia costituzionale». Naturalmente, allorché il suffragio universale cominciò ad allargarsi a basi sempre più ampie, portando nei Parlamenti anche i rappresentanti delle classi più disagiate e dei sindacati dei lavoratori, i governi espressi da quei Parlamenti si fecero più aperti alle questioni sociali e contribuirono ad attenuare la miseria delle classi più umili e la rigida ripartizione tra abbienti e proletari; il tutto affinché la conquista delle libertà politiche avesse un contenuto economico, senza il quale tali libertà sono prive di significato. Ad una prima ondata di democratizzazione, tuttavia, restava inappagata l’esigenza di attenuare l’ingiustizia sociale, in particolare 1 ARDAU G., Consiglio di gestione, in Noviss. Dig. It.,Utet, Torino, 1959, pag. 137

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Antonio Colucci Contatta »

Composta da 188 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.