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Corporeità e maternità in Julia Kristeva

Oggi finalmente, grazie a pensatrici di grande rilievo come Julia Kristeva, appartenente alla cultura post-strutturalista francese, si ritiene fondamentale un ripensamento del corpo materno, non più come mero dato biologico, ma come senso di rinnovamento per poter uscire da quella ideologia binaria, che Kristeva in un suo saggio ci ricorda con le parole di James Joyce: “Father’s time, mother’s species”.
La filosofa in questione, ripercorrendo abilmente le tappe dei movimenti femministi influenzati da ideologie patriarcali, è riuscita a dare un ulteriore senso a questa corporeità, che per secoli denigrata torna a risplendere di luce nuova.
Per meglio comprendere il suo pensiero, nella prima parte del mio lavoro ho scelto di ripercorrere quelle che sono state le motivazioni che hanno dato origine alle lotte femministe e, principalmente, mi sono occupata di mettere in evidenza come ancora nell’epoca dei Lumi persista quella ideologia bipolare ereditata dalle filosofie greche e che vedono dal lato passivo e negativo la donna in quanto corpo e dal lato attivo e positivo l’uomo in quanto ragione.
Vedremo come tali convinzioni abbiano portato i filosofi illuministi a relegare nuovamente la donna nella vita privata, ribadendo, anche se in termini diversi, la famosa distinzione aristotelica tra sfera pubblica e sfera privata.
A tal proposito vedremo esplodere le prime lotte femminili che daranno vita a quelli che successivamente si formeranno come movimenti femministi e sui quali Julia Kristeva opererà una profonda analisi per meglio comprendere dove ha condotto il concetto di uguaglianza rivendicato dal primo femminismo nella sua corrente liberale e socialista e dove , invece, ha portato la rivendicazione di una differenza sessuale nella seconda fase di questo movimento.
Ricordando che Julia Kristeva non ama essere collocata all’interno di un qualsiasi movimento femminista, in quanto considera questi delle forme totalizzanti che escludono la libertà di ogni singolo individuo, ella rientra comunque a far parte della differenza di genere operata in Francia come alternativa al femminismo egualitario e a quello della differenza radicale, quest’ultima più attiva negli Stati Uniti.
In questo ambito opererò un confronto tra le tre maggiori esponenti di questa corrente, che sono Lucy Irigaray, Helene Cixous e appunto Julia Kristeva, la quale si distinguerà in maniera assai diversa e originale.
Nella seconda parte della tesi elaborerò, maggiormente il pensiero della filosofa Kristeva per quanto concerne una visione nuova del corpo e della funzione materna, che ella introduce attraverso un nuovo concetto, la semiotica, indispensabile al funzionamento del linguaggio simbolico, ma anche come portatore di valori specifici, che sono alla base di una nuova etica.
Per la nostra filosofa, anche se dichiaratamente laica, infatti, sembra urgente dover rifondare l’umanesimo attraverso una rielaborazione del Cristianesimo, in quanto quest’ultimo conterrebbe in sé tali valori, che però troppo idealizzati richiedono un avvicinamento a quella che è la vita più specificamente umana.
Ad esempio riflettendo sul mito della Vergine Maria si nota che esso è l’unico discorso che oggi ci rimane della passione materna, pertanto è importante pensarne di nuovi che siano al passo con le esigenze attuali delle donne.
Kristeva ci suggerirà una nuova visione di maternità, attraverso la sua opera su Hannah Arendt, come luogo di passaggio dalla zoe alla bios, che si attiverebbe attraverso l’incontro primario tra madre e figlio/a visto come possibilità di un’amore materno per il qualunque, condizione necessaria per l’apertura verso il prossimo e verso le sue fragilità.
Ella mette in evidenza come tale processo non sia poi così facile soprattutto per le madri dei disabili, che spesso lasciate sole devono fare i conti con la loro vergogna e i sensi di colpa, soprattutto in una società, il cui sviluppo tecnologico e scientifico e sempre più alla ricerca della perfezione.
Kristeva continua a chiedersi: “Le madri rappresenteranno forse da ora in poi l’unica barriera contro l’automazione degli esseri umani?”

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7 I CAP. CORPO/RAGIONE Il corpo femminile, ridotto esclusivamente al suo senso biologico, è stato usato per molti secoli dal sistema patriarcale come pretesto per identificare la donna in una posizione d’inferiorità rispetto all’uomo. Se esaminiamo gran parte della speculazione filosofica occidentale, difatti, possiamo individuare varie forme di dualismo di origine greca, che collocano dal lato della materia, usando termini aristotelici, la donna e da quello della forma l’uomo. 3 Tali forme di dualismo si organizzano in modo gerarchico, includendo l’uomo in un polo positivo, in quanto caratterizzato dall’attività della ragione e la donna in un polo negativo, caratterizzata dalla passività della sua natura. Quest’ultima è stata esclusa dalla concezione di soggetto, in quanto possiede caratteristiche come “la passività, la corporeità e materialità proprie della natura, in contrasto con la vivacità e l’immaterialità della ragione e del pensare” 4 appartenenti, invece, all’uomo. Un’influenza consistente sulla filosofia occidentale, in questo senso, è ad esempio il noto dualismo cartesiano che ha rafforzato tali dicotomie istituendo un confine tangibile tra la mente e il corpo. Cartesio ritiene che le donne biologicamente facciano parte dei sensi e dunque dell’irrazionale, pertanto esse sono incapaci di 3 Cfr. P. Garavaso, N. Vassallo, Filosofia delle donne, Laterza, Bari 2007, pp. 18-19. 4 Ibid., p. 19.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Annalisa D'Aprile Contatta »

Composta da 104 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.