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Verifica sperimentale di quattro schemi motori di cammino in bambini affetti da diplegia spastica attraverso dati di Gait Analysis e statistica descrittiva

Informazioni tesi

  Autore: Giorgia Tacconi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Ingegneria
  Corso: Ingegneria elettronica
  Relatore: Lorenzo Chiari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 92

Lo studio del movimento umano, in particolare l’analisi del cammino, prevede la misura di variabili che descrivono la cinematica e la dinamica dei segmenti corporei, con lo scopo di raccogliere informazioni quantitative relative alla meccanica del sistema muscolo-scheletrico durante l’esecuzione dell’atto motorio.
Tra i numerosi dispositivi tecnologici presenti sul mercato per l’analisi del movimento umano, la gait analysis è divenuta negli anni recenti il più popolare e diffuso strumento di indagine. Essa rappresenta un approccio molto avanzato all’analisi del passo, che permette di rilevare con precisione una serie di parametri di tipo spazio-temporali, cinematici e dinamici, per giungere ad una conoscenza estremamente accurata del cammino. La pratica clinica impiega la gait analysis per identificare e valutare la natura e la misura delle patologie disabilitanti l’apparato locomotore. E’ auspicabile che sempre di più tale strumento possa essere utilizzato come supporto per la diagnosi e la cura di soggetti che presentano difficoltà o deficit motori, affiancando alle valutazioni eseguite dai professionisti sanitari, maggiormente affidate all’analisi osservazionale qualitativa, un’analisi quantitativa, che possa mettere in luce dati che sarebbero, altrimenti, difficilmente rilevabili. Questa visione d’insieme potrà facilmente portare a conclusioni diagnostiche più consapevoli ed interventi maggiormente mirati al bisogno del paziente.
Una delle patologie più diffuse a cui tali potenzialità potrebbero essere sfruttate con grande giovamento, è la Paralisi Celebrale Infantile, causa di disordini permanenti dello sviluppo del movimento e della postura. Nel mondo clinico, riveste un’enorme importanza la costituzione di un linguaggio comune tra i diversi professionisti per avere descrizione, classificazione, diagnosi e modalità di intervento il più possibile concordi e coerenti. La classificazione dei pazienti affetti da diplegia infantile in quattro forme distinte, proposta dal professor Adriano Ferrari, non trova totale adesione tra i professionisti del settore: per questo si vuole verificare se uno strumento di analisi e classificazione oggettivo ed automatico dei parametri di gait analysis misurati su pazienti diplegici, possa identificare i quattro gruppi, che corrispondono alle quattro forme di diplegia ipotizzate, con un margine di errore sufficientemente basso rispetto alla valutazione del professionista sanitario. In questo modo avremmo la prova del fatto che i bambini con questa patologia presentino caratteristiche del cammino oggettivamente diverse da forma a forma. Durante un periodo di tirocinio presso Laboratorio di Analisi del Movimento dell’Arcispedale “Santa Maria Nuova” di Reggio Emilia, con mansione di raccolta ed elaborazione dati, si è potuto constatare direttamente la complessità e variabilità che presenta ogni paziente. Nella proposta del professor Ferrari, vengono elencate precise caratteristiche, utilizzate come parametri discriminanti nell’osservazione del paziente: esse vengono denominate segni, e sono le più distintive per ogni segmento anatomico o per la descrizione della modalità di avanzamento. Il lavoro di tesi si propone di individuare una modalità di suddivisione automatica delle quattro forme di diplagia infantile, grazie all’elaborazione di dati ricavati dall’esame di gait analysis, attraverso lo sviluppo di algoritmi che riescano a tradurre in linguaggio matematico la descrizione dei segni suddetti.
L’opportunità di consultare una valutazione quantitativa a supporto e conferma di quella qualitativa, potrebbe portare in futuro ad indubbie ricadute positive anche sul piano della qualità della vita dei pazienti affetti da Paralisi Cerebrale Infantile. Giova ricordare, infatti, come, nell’ambito della riabilitazione di tale patologia, le problematiche legate alle incertezze sulla prognosi e sull’efficacia delle metodiche riabilitative, enfatizzino le già forti pressioni psicologiche ed emotive che agiscono sulla famiglia e sul bambino stesso, di fronte ad un tale disturbo. Il lavoro di specialisti, anche provenienti da diversi percorsi formativi, ha come principale target il miglioramento delle tecniche utilizzate, mantenendo sempre in primo piano il maggior obiettivo dell’intervento di riabilitazione, ovvero il bene del bambino.
Nel primo capitolo si presentano le nozioni teoriche sulla diplegia e sull’analisi del movimento necessarie per svolgere il presente studio; nel secondo capitolo si descrivono l’esperienza di tirocinio al laboratorio di analisi del movimento di Reggio Emilia e tutti gli strumenti utilizzati per l’acquisizione e l’analisi dei dati di gait analysis. Nel terzo capitolo vengono elencati i risultati dell’elaborazione, descritti per ogni fase della stessa; nel quarto capitolo si trova la discussione sui risultati, con alcune osservazioni che è necessario sottolineare. Il quinto capitolo include le conclusioni del presente lavoro.

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Capitolo 1: Quadro teorico di riferimento 5 1 - QUADRO TEORICO DI RIFERIMENTO 1.1 - DEFINIZIONE DI PARALISI CEREBRALE INFANTILE (PCI) La definizione di Paralisi Cerebrale Infantile generalmente accettata è la seguente: “La PCI descrive un gruppo eterogeneo di disordini permanenti dello sviluppo del movimento e della postura, causanti limitazioni alle attività, attribuibili a disturbi non progressivi che intervengono a livello di sviluppo fetale od infantile del cervello. I disordini motori nella PCI sono spesso accompagnati da disturbi sensoriali, percettivi, cognitivi, di comunicazione, di comportamento, epilettici, e da problemi muscolo- scheletrici secondari” (Bax M et al, 2005); essa è manifestazione di una lesione del sistema nervoso centrale, che comporta una perdita più o meno estesa di tessuto cerebrale. L’evento lesivo ha origine in epoca prenatale o postnatale, ma, in ogni caso, nei primi tre anni di vita del bambino, periodo di tempo in cui vengono completate le principali fasi di crescita e sviluppo della funzione cerebrale dell’essere umano. La PCI rappresenta la più frequente causa di disabilità cronica nei bambini: l'incidenza stimata varia tra 2 e 2,5 casi ogni 1000 bambini nati vivi (Stanley FJ et Al, 2000). Si sta, inoltre, verificando un incremento percentuale di bambini affetti da PCI (McCormick MC, 1993), dovuto ai sorprendenti risultati portati dai miglioramenti nelle tecniche di assistenza intensiva neonatale: esse, infatti, riducono la mortalità perinatale e consentono la sopravvivenza di un numero crescente di soggetti prematuri. Nonostante le prime descrizioni della patologia risalgano a metà dell'800 (Sir John Little, 1862), e la definizione stessa di PCI sia comunemente accettata, a tutt'oggi non è ancora stata raggiunta una classificazione univoca concordata tra tutti gli esperti. L'SCPE (Surveillance Cerebral Palsy Europe) suggerisce un sistema di classificazione che minimizza le categorie cliniche della PCI, distinguendo esclusivamente tra forme bilaterali ed unilaterali. Spesso, invece, viene utilizzata una prima suddivisione della PCI di forma spastica in tre grandi gruppi, individuando forme tetraplegiche, dove di solito il disturbo del tono e del movimento sono molto gravi ed interessano in egual modo - e fin dalla nascita - sia gli arti inferiori che quelli superiori, forme emiplegiche, condizione nella quale un emicorpo è più compromesso rispetto all’altro a seguito di una lesione cerebrale nella maggior parte dei casi unilaterale, e forme diplegiche, che

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