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Middle-Income trap: il caso di Singapore

Informazioni tesi

  Autore: Serena Savastano
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Pietro Masina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

Singapore, case od study del presente lavoro, la città-Stato del Sud-Est asiatico, una piccola isola di soli 700 km2, con una popolazione di soli quattro milioni, è classificata fra le dieci economie più libere e più competitive del mondo; passando dall'essere un paese del terzo mondo nel 1960 a una delle nazioni più ricche del pianeta entro la fine del 1990.
L'ascesa economica di Singapore è stata spesso interpretata in termini neoliberisti nell'enfatizzare la sua natura di libero mercato. Come vedremo, all'interno della presente trattazione, questa versione del successo di Singapore verrà smentita alla luce delle strategie di sviluppo che hanno condotto Singapore alla sua apoteosi economica. Nel dibattito Stato vs Mercato, che ha contraddistinto il miracolo asiatico, Singapore ha sempre ricoperto una posizione scomoda nel rientrare in uno dei due suddetti parametri ed è per questo che è sempre stata considerata un'eccezione anomala.
Un economista del libero mercato che non ha esitato ad etichettare come lassaire faire la politica industriale di Singapore, rimarrà molto deluso nell'aspettativa di inquadrare questa particolare economia asiatica secondo i parametri della mainstream neoliberale. Infatti, a dispetto delle apparenze e degli assunti neoliberisti, il governo di Singapore è stato il principale protagonista e fautore della crescita economica straordinaria della città-Stato.
L'incredibile capacità dello Stato singaporiano è stato quello di creare un sistema nazionale già orientato agli imperativi della globalizzazione, a intravedere e carpire l'andamento economico globale, anticipando continuamente i prossimi settori di crescita mondiali. In poche parole, a differenza di molte altre nazioni che sono state colpite negativamente dall'onda disuguagliante della globalizzazione, Singapore è riuscita a cavalcarla con maestria traendone i massimi vantaggi.
La positiva performance di questo piccola realtà del Sud-Est asiatico negli ultimi trent'anni e gli importanti obiettivi futuri che la sua classe dirigente si pone la rendono un laboratorio di politica industriale molto interessante tra le economie mondiali.
Allora, qual è stata la ricetta per il successo economico di Singapore? Quale lezione possiamo trarre dall'esperienza di Singapore? E soprattutto, sebbene il suo processo di industrializzazione risulta simile a quello delle altre economie del Sud-Est asiatico, come ha fatto a sfuggire alle sorti della middle income trap dei suoi vicini asiatici?
Il presente lavoro si pone come obiettivo quello di rispondere ai suddetti interrogativi.

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INTRODUZIONE 2 INTRODUZIONE A pochi anni dalla crisi subprime (2007-2008) e a più di dieci anni dalla crisi finanziaria asiatica (1997-1998) l’estenuante dibattito economico mondiale che vede lo Stato vs Mercato continua. Gli economisti della mainstream che avevano predicato agli Stati asiatici normative e trasparenza, si sono ritrovati con milioni di mutui insolventi immessi segretamente in fondi d'investimento e titoli che servono agli istituti americani per racimolare capitali e risparmi nel mondo. Avevano criticato le politiche statali dei paesi asiatici volte ad evitare il collasso delle banche, ma adesso corrono a salvare dal collasso le proprie. Fin dal 1970 il discorso neoliberale ha dominato l'economia e l'opinione pubblica. Questo discorso, che va avanti da più di trenta anni, pretende di imporre un modello unico e dogmatico, dal momento che i suoi principi spesso oscuri e contradditori vengono presentati come verità indiscutibili. Nella continua ricerca della legittimazione del pensiero neoliberista si è sempre cercato di occultare gli aspetti più devastanti del progetto, iniziando dalla consapevolezza che ai popoli viene imposto un modello di vita che li sottomette alle necessità dei processi economici, fino al controllo monopolista dei mass-media nell’intento di creare un mondo nuovo secondo le esigenze delle imprese multinazionali e dei gruppi finanziari. È con il famoso Washington Consensus a cavallo tra gli anni settanta e ottanta che le dottrine neoliberiste giocano con le sorti dei paesi in via di sviluppo imponendo i famigerati Piani di Aggiustamento Strutturale, con la promessa di una rapida crescita, basate sulle politiche laizzes-faire del mercato, sull’apertura finanziaria e commerciale, sullo Stato minimo. Il messaggio promozionale di queste politiche si è rafforzato ulteriormente con la globalizzazione, percepita come un processo in cui il mercato guadagna più potere sullo Stato, che ha persuaso i PVS ad abbandonarsi alle forze del mercato lasciando poche manovre alla mano visibile. Poco importa se sul piano empirico questi modelli denunciassero una scarsa aderenza alla realtà.

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miracolo asiatico
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