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La riscoperta della connaturalità. Natura, uomo e animalità nelle ''Lezioni al Collège de France 1956-1960'' di Maurice Merleau-Ponty

Le continue trasformazioni culturali dell'uomo, e i cambiamenti delle sue forme abitative, con le relative conseguenze sull'ambiente e sulla natura, richiedono a mio avviso una riflessione filosofica sul rapporto tra uomo e natura. Di fronte a un uomo "impoverito", che ha perso la propria connaturalità con la natura, fino a diventare quel che definirei un uomo "doppiamente dimezzato", credo possa essere utile riscoprire la relazione che lega l'uomo alla natura, e ripensare la concezione stessa di "natura". È possibile riconoscere che, alla classica opposizione di anima e corpo, si è aggiunta una scissione fra uomo e resto degli esseri viventi, seguita dalla negazione di una umanità condivisa. L'uomo che non vive più l'Essere come indiviso e non si sente, dunque, parte di una totalità, si pone al di sopra della natura come un padrone superiore, fino ad istituire delle gerarchie nelle quali la natura viene considerata oggetto, e l'uomo soggetto; la natura viene degradata a "macchina", non più a "organismo". È evidente che questa concezione porta a gravi conseguenze: prima di tutto l'uomo, invece di preservare la natura, la distrugge, sfruttandola in vista dei propri fini personali; inoltre, non interessandosene, non ne sa più cogliere la bellezza; di conseguenza non sarà più in grado di apprezzare tutto ciò che ha origine da essa, e tutto ciò che è semplice e originario; al contrario, valorizza solo ciò che è prodotto artificialmente, realizzato e modificato dalla mente e dall'espressione umana. Altro grave effetto è la svalutazione della corporeità, che viene pesantemente sminuita di fronte alla superiorità della ragione, dalla quale viene nettamente separata e posta in antagonismo; vedremo che riscoprire la Natura significa anche rivalutare il ruolo del corpo, come possibilità di apertura primigenia al mondo e agli altri. Dimenticare la dimensione "inglobante" e l'essere comune dal quale "sorgiamo", rende difficile relazionarsi alle altre forme di vita, dal momento che l'uomo si chiude nella propria umanità, imponendo gerarchie d'Essere che considerano l'"altro" inferiore, quasi oggetto, o mezzo: non vivere più la Natura come "trama" dell'essere, può portare a negare perfino la condivisione di una comune umanità, e a creare un'alienazione dell'uomo. In tal senso mi pare opportuno rivolgersi al pensiero di Maurice Merleau-Ponty, con particolare attenzione alle lezioni sulla Natura tenute al Collège de France fra il 1956-1960. Negli ultimi anni di vita, dopo aver pubblicato le principali opere come La structure du comportement del 1941, La phénoménologie de la perception nel 1945, Les aventures de la dialectique del 1955, Merleau-Ponty ha avvertito l'esigenza e la necessità di rimettere in discussione il concetto di natura, dimenticato e svuotato di senso dalla tradizione filosofica occidentale moderna; vedremo che scopo ha, all'interno del percorso merleau-pontiano, rifondare il concetto di natura in relazione all'elaborazione di una nuova ontologia, destinata a rimanere solo abbozzata a causa della morte prematura avvenuta nel 1961, mentre, da due anni, stava lavorando all'opera che avrebbe dovuto intitolarsi L'origine de la vérité.

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INTRODUZIONE Le continue trasformazioni culturali dell’uomo, e i cambiamenti delle sue forme abitative, con le relative conseguenze sull’ambiente e sulla natura, richiedono a mio avviso una riflessione filosofica sul rapporto tra uomo e natura. Di fronte a un uomo “impoverito”, che ha perso la propria connaturalità con la natura, fino a diventare quel che definirei un uomo “doppiamente dimezzato”, credo possa essere utile riscoprire la relazione che lega l’uomo alla natura, e ripensare la concezione stessa di “natura”. È possibile riconoscere che, alla classica opposizione di anima e corpo, si è aggiunta una scissione fra uomo e resto degli esseri viventi, seguita dalla negazione di una umanità condivisa 1 . L’uomo che non vive più l’Essere come indiviso e non si sente, dunque, parte di una totalità, si pone al di sopra della natura come un padrone superiore, fino ad istituire delle gerarchie nelle quali la natura viene considerata oggetto, e l’uomo soggetto; la natura viene degradata a “macchina”, non più a “organismo”. È evidente che questa concezione porta a gravi conseguenze: prima di tutto l’uomo, invece di preservare la natura, la distrugge, sfruttandola in vista dei propri fini personali; inoltre, non interessandosene, non ne sa più cogliere la bellezza 2 ; di conseguenza non sarà più in grado di apprezzare tutto ciò che ha origine da essa, e tutto ciò che è semplice e originario; al contrario, valorizza solo ciò che è prodotto artificialmente, realizzato e modificato dalla mente e dall’espressione umana. Altro grave effetto è la svalutazione della corporeità, che viene pesantemente sminuita di fronte alla superiorità della ragione, dalla quale viene nettamente separata e posta in antagonismo; vedremo che riscoprire la Natura significa anche rivalutare il ruolo del corpo, come possibilità di apertura primigenia al mondo e agli altri. Dimenticare la dimensione “inglobante” e l’essere comune dal quale “sorgiamo”, rende 1 A tal proposito possiamo ricordare la riflessione di Martha Nussbaum che descrive la negazione della comune “dignità umana” nelle prigioni e nei campi di concentramento: persone ridotte in condizioni subumane, «diventate animali, e quindi più facili da torturare e da uccidere»; Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions, Cambridge, Cambridge University Press, 2001, trad. it. di R. Scognamiglio, a cura di G. Giorgini, L’intelligenza delle emozioni, Bologna, il Mulino, 2004, cit, p. 254. Della filosofa ho presentato brevemente, nel terzo capitolo, la questione sull’animalità affrontata nell’opera sopra citata. 2 Non solo l’uomo, disinteressandosi della natura, e considerandola solo per scopi utilitaristici, non si rivolge più al dispiegarsi dello “spettacolo naturalistico” del mondo; ma anche nel caso in cui ammira la bellezza di un paesaggio, o di una creazione naturale, ne resta distaccato, considera la natura come qualcosa di esteriore ed esterno da sé: resta un atteggiamento oggettivante. 3

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Sabrina Govi Contatta »

Composta da 106 pagine.

 

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