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Invecchiare e raccontarsi

Ci sono molti modi per poter tradurre in racconto la propria vita. Nel presente lavoro ci occuperemo in particolare della fiaba autobiografica, che potremmo definire, utilizzando una felice espressione di Maria Varano, "una traduzione metaforica della propria autobiografia", una delle tante possibili, come vedremo. Ciò che rende la fiaba particolarmente adatta a conferire alla narrazione autobiografica il suo potere catartico consiste nel fatto che nella fiaba autobiografica si ha la possibilità di raccontarsi e descriversi in modo fantastico. Avremmo modo di approfondire l'argomento, in questa sede ci limitiamo ad osservare che, nel momento che ci traduciamo in personaggi di una fiaba, ci diamo l'opportunità di riflettere su noi stessi attraverso immagini/specchio e di operare in questo modo quel "decentramento" emotivo che facilita il distacco necessario per riflettere sull'accaduto e sul vissuto in modo costruttivo.

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i Introduzione Potremmo mettere in discussione il concetto di terza età semplicemente facendo notare che mentre alcune società hanno codificato il ciclo della vita umana definendo e attribuendo un nome alle successive età, trasformando cioè un lasso di tempo continuo in periodi discontinui, la maggior parte delle società primitive non ha invece codificato in modo altrettanto minuzioso le tappe della vita umana. Qualcuno potrebbe farci notare, a ragione, che in molte di queste società l’ingresso nell’età adulta è considerato molto importante ed è segnato da importanti rituali ( riti d’iniziazione ), ma dovrà poi ammettere che in queste stesse società è molto raro che vi siano cerimonie per segnare il passaggio alla vecchiaia. Qualcun altro ci potrebbe far notare, facendo riferimento alle stesse società, che si è spesso osservato che le donne anziane accedono a funzioni di istruzione e di direzione proprie dei gruppi femminili, mentre gli uomini anziani vengono considerati gli individui socialmente più autorevoli all’interno della comunità. A questo punto dovremmo ammettere che anche in queste società c’è un cambiamento di status legato all’età, ma dovremmo mettere in guardia i nostri interlocutori sul fatto che le cose non sono così semplici e ben definite come si sarebbe portati a pensare. Se c’è una cosa che veramente accomuna le descrizioni della vecchiaia e della condizione di anziani in tutte le società, in qualunque periodo storico, in qualunque parte del mondo, è un’ innegabile ambivalenza. I primi etnologi, fedeli allo schema evoluzionista, consideravano tale ambivalenza diacronica e non sincronica. In un primo periodo della storia dell’umanità i vecchi sarebbero stati considerati inutili e di peso per il gruppo sociale. In seguito si sarebbe presa in considerazione la loro saggezza, acquisita con l’esperienza, e si sarebbe testimoniato loro onore e rispetto. In realtà i due atteggiamenti coesistono nella maggior parte delle società e nella sorte riservata ai vecchi intervengono molti fattori. In generale, in tutte le società è stato osservato pressoché invariabilmente che ciò che conta non è tanto l’età di un individuo, quanto il grado della sua debolezza fisica e il suo bisogno di aiuto. I primi osservatori della società irochese, tanto per fare un esempio, riferiscono che gli uomini e le donne cui la vecchiaia impediva di camminare venivano uccisi nell’assoluta convinzione di rendere loro un favore, anche se poi in questa stessa società la vecchiaia veniva rispettata al punto che le parole degli anziani della comunità venivano considerate oracoli dai più giovani 1 Del resto, l’ambivalenza è vissuta anche a livello personale. Il fatto più sorprendente della vecchiaia, intesa come processo di invecchiamento, è che arriva in modo silenzioso, a differenza della pubertà, che si manifesta in modo evidente, e quindi il suo esordio varia da individuo a individuo. Tuttavia, il suo esordio è inevitabile e prima o 1 “Vecchiaia”, Enciclopedia Einaudi

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze dell'Educazione

Autore: Peppina Concas Contatta »

Composta da 170 pagine.

 

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