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Il delitto nel teatro tra Ottocento e Novecento

Informazioni tesi

  Autore: Elena Gianferrari
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Luigi Allegri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 159

Nello studio qui presentato si intende mostrare come il delitto e la sua rappresentazione siano cambiati attraverso i secoli, pur mantenendo viva la tragicità che è stata loro conferita dai grandi tragediografi greci.
Nella tradizione greca gli eventi più dolorosi, i fatti culminati in tragedia, gli atti violenti e delittuosi sono narrati da personaggi secondari o declamati nei discorsi dei messaggeri; raramente si assiste al delitto in scena.
L'omicidio di Agamennone, per mano della moglie Clitennestra e poi la sua morte ad opera dei figli, Medea che avvelena le sue vittime, lo smembramento di Penteo, Tieste che mangia i propri figli, nelle tragedie sono avvenimenti che avvengono dietro le quinte e, non rimanendo confinati all'interno della narrazione, acquistano una particolare importanza.
La violenza avvenuta fuori scena, il modo in cui viene raccontata sposta tutta l'attenzione su ciò che non si è visto, conferendogli un'enorme importanza e mettendo in relazione gli avvenimenti visibili nell'orchestra con quelli che è meglio nascondere. In questo modo il fatto violento acquista fascino e risulta ancor più avvolto dall'orrore e dal mistero.
Lo spettatore viene messo al corrente dell'accaduto solo in un secondo tempo, quando in scena, sotto gli occhi di tutti, appaiono le conseguenze degli atti nefandi narrati precedentemente: il cadavere di Agamennone portato fuori dal palazzo sull'ενκὺκλημα, Medea che appare con la spada sporca del sangue dei suoi figli, Agave che mostra la testa di Penteo.
Si può dire allora che lo spazio fuori scena rappresenti la parte oscura dell'esperienza e della personalità, la sfera dell'irrazionale, dove nascono pensieri nascosti e terribili.
Ciò che mi preme dimostrare è come, pur essendo notevolmente cambiate le dinamiche di rappresentazione del delitto, esso rimanga comunque il momento culminante di una tragedia o di un dramma e come riesca, da solo, a mettere in luce le differenti visuali del vivere, per mostrare come l'uomo possa sprofondare nel baratro della colpa.
La scelta di questo argomento è stata motivata dalla mia predilezione per il colpo di scena, per quella particolare tensione che invade la platea quando assiste alla vittoria della violenza, al contrasto tra ragione e impulsi irrazionali. L'indagine sul tragico, essenziale per la comprensione del mondo, poiché ciò che il drammaturgo mette in scena fa già parte della vita, si propone di trovare un varco per spiegare il senso dell'essere, esibendo un processo di agnizione della realtà.
L'analisi del fatto tragico parte da D'Annunzio, ancora molto legato alla tradizione greca, all'effetto catartico che il delitto produce sullo spettatore e al fatto di mantenere l'aura di irrealtà tipica della tragedia greca. Con Strindberg l'io diventa il vero motore dell'azione tragica: la malvagità insita nell'uomo può allentare la sua inibizione a fare il male e condurlo al delitto, anche contro il suo volere. Per Andreev sono l'isolamento e l'ambizione a indirizzare l'uomo, insieme al suo sconfinato individualismo, verso la follia, considerata dall'autore il motivo della crisi di valori di una generazione in trasformazione.
Pirandello vede nello scandalo la ribellione al nonsense della vita: l'uomo moderno deve poter manifestare i suoi errori, poiché chi ascolta il proprio istinto mostra la sua vera natura ed è più significativo di chi segue la ragione.
La vita quotidiana è già talmente impregnata dal tragico da rendere inutile la rappresentazione di eroi disperati, in lotta contro la divinità e, da sola, è in grado di mostrare perfettamente la tragedia della condizione umana.
La linea del realismo è perseguita anche da Federico Garcìa Lorca, che trasferisce sulla scena vite tragiche realmente vissute da persone calpestate nella loro dignità, da donne trasformate in assassine, per colpa dell'estrema repressione cui sono obbligate a sottostare. L'unica via d'uscita è una ribellione talmente violenta da condurle al delitto.
Per Betti, che porta in scena tutta la negatività, i vizi e le follie della vita sociale contemporanea, il delitto è l'ovvia conclusione di chi vive in una realtà spietata, in cui l'innata tensione al male, unita al peso delle proprie miserie, trascina l'uomo nel baratro di una colpa che solo Dio potrà mondare.
Di ogni autore sono stati analizzati i drammi che meglio rappresentano l'idea che ciascuno di loro ha del tragico, quelli in cui il delitto, sia esso premeditato, colposo o addirittura inconsapevole, occupa il posto centrale.
L'instabilità dei tempi richiede un teatro che la descriva, che vada a fondo, «un teatro serio che, sconvolgendo tutti i nostri preconcetti, ci trasmetta l'ardente magnetismo delle immagini e agisca su di noi come una terapeutica spirituale la cui azione lasci per sempre la sua impronta. [...] Se vuol ritrovare la sua necessità, bisogna che il teatro ci restituisca tutto ciò che è nell'amore, nel delitto, nella guerra o nella pazzia»1.

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Introduzione Nello studio qui presentato si intende mostrare come il delitto e la sua rappresentazione siano cambiati attraverso i secoli, pur mantenendo viva la tragicità che è stata loro conferita dai grandi tragediografi greci. Nella tradizione greca gli eventi più dolorosi, i fatti culminati in tragedia, gli atti violenti e delittuosi sono narrati da personaggi secondari o declamati nei discorsi dei messaggeri; raramente si assiste al delitto in scena. L'omicidio di Agamennone, per mano della moglie Clitennestra e poi la sua morte ad opera dei figli, Medea che avvelena le sue vittime, lo smembramento di Penteo, Tieste che mangia i propri figli, nelle tragedie sono avvenimenti che avvengono dietro le quinte e, non rimanendo confinati all'interno della narrazione, acquistano una particolare importanza. La violenza avvenuta fuori scena, il modo in cui viene raccontata sposta tutta l'attenzione su ciò che non si è visto, conferendogli un'enorme importanza e mettendo in relazione gli avvenimenti visibili nell'orchestra con quelli che è meglio nascondere. In questo modo il fatto violento acquista fascino e risulta ancor più avvolto dall'orrore e dal mistero. Lo spettatore viene messo al corrente dell'accaduto solo in un secondo tempo, quando in scena, sotto gli occhi di tutti, appaiono le conseguenze degli atti nefandi narrati precedentemente: il cadavere di Agamennone portato fuori dal palazzo sull'ενκὺκλημα, Medea che appare con la spada sporca del sangue dei suoi figli, Agave che mostra la testa di Penteo. Si può dire allora che lo spazio fuori scena rappresenti la parte oscura dell'esperienza e della personalità, la sfera dell'irrazionale, dove nascono pensieri nascosti e terribili. Ciò che mi preme dimostrare è come, pur essendo notevolmente cambiate le 9

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