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La ricezione critica della "Trilogia dell'incomunicabilità" di Michelangelo Antonioni

Informazioni tesi

  Autore: Valentina Gentile
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Claudio Bisoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 45

È nota a tutti l'espressione secondo la quale “nessuno è profeta nella propria patria”, usata laddove il genio e il talento di qualcuno non gli sono riconosciuti (e spesso anzi gli vengono negati) proprio da coloro che gli sono più vicini, mentre altrove esso viene
prontamente lodato e premiato. Tale espressione meriterebbe talvolta di essere letta piuttosto con l'accezione di “nessuno è profeta nella propria epoca”: è infatti risaputo che molto spesso, soprattutto in campo artistico, le consacrazioni e i riconoscimenti tardano ad arrivare. Il caso del regista Michelangelo Antonioni è, a tal proposito, esemplare. La sua opera é ormai universalmente lodata e riconosciuta nel fondamentale contributo che ha apportato al linguaggio cinematografico, ma non è stato sempre così. Ciò non vuol dire necessariamente che i film di Antonioni non furono apprezzati all'epoca della loro uscita; il punto su cui si può convenire è piuttosto che essi non furono compresi, perlomeno non subito e non da tutti: ci sarebbero voluti molti anni e innumerevoli testi critici e teorici per comprenderne appieno i meccanismi e le intenzioni poetiche. Del resto non c'è da stupirsene: la critica, che riguardi il cinema, l'arte o la letteratura, nonostante il suo ammirevole impegno intellettuale e culturale, è di per sé uno strumento parziale e mutevole,
soggetto a continue revisioni. Questo perché col passare degli anni dal momento in cui un'opera vede la luce entrano in gioco diversi fattori fondamentali alla formazione di un giudizio più chiaro e completo.
Il primo e forse più importante di questi è la globalità dell'opera di un autore. Negli anni in cui Antonioni realizzò i suoi primi lavori e poi la “Trilogia dell'incomunicabilità” sulla quale è incentrata questa tesi, vale a dire negli anni '50 e '60, i critici e gli intellettuali italiani non avevano ancora assimilato l'importante lezione della politique des auteurs teorizzata in Francia dai critici dei “Cahiers du Cinéma” dalla metà degli anni '50. Secondo quegli intellettuali per poter apprezzare in modo corretto un film è necessario tenere in considerazione l'intera opera del suo autore; poiché solo così si possono riconoscerne e apprezzarne i motivi ricorrenti, oltre ad intravvedere le cause che gli hanno fornito la spinta iniziale, gli elementi (sia interni che esterni) che sono entrati in gioco a modificarne la visione, il modo in cui tale visione si è di volta in volta riflessa sul lavoro. Non solo un film ci dà strumenti utili a capire il film successivo, ma sono anche i film successivi a dirci qualcosa dei precedenti, poiché ognuno è un elemento che si va ad aggiungere alla costruzione di quella che si é soliti chiamare poetica, quella che distingue l'opera di un autore dal cinema commerciale, che non può essere colta appieno se non si tiene conto di tutti gli elementi, per quanto essi possano differire tra loro e apparire “scollegati”. Ecco quindi che se, paradossalmente, nei primi anni '60 i critici di cinema avessero avuto già a disposizione i film futuri del regista ferrarese, sarebbe difficile affermare che la loro lettura della “Trilogia” sarebbe rimasta invariata.
[...]
Un altro importante elemento che rende volubile il giudizio estetico è la produzione di testi teorici e critici. Anni dopo l'uscita dei film di Antonioni sono comparsi, e continuano a comparire ancora oggi, monografie, recensioni e testi di varia natura che hanno dato un apporto significativo al dibattito e alla comprensione di un'opera così vasta e complessa come può esserlo quella di Antonioni. Nel compiere una ricerca approfondita si scopre che la maggior parte delle figure di spicco della cultura italiana (e non solo) dalla metà del Novecento in poi, che si tratti di scrittori, di colleghi registi, di artisti o di intellettuali di altro tipo, ha espresso la sua opinione sul regista ferrarese; così come più di recente anche sul web, nuovo mezzo con cui la critica cinematografica si va diffondendo e modificando, la mole di riferimenti al cinema di Antonioni è vastissima e in continuo aggiornamento.
L'obiettivo principale di questa tesi è di concentrarsi sul contesto che vide la nascita della “Trilogia dell'incomunicabilità” e capire in che modo questa fu recepita dalla critica e dal pubblico del suo tempo; pertanto inizierò col rintracciare le radici del lavoro di Antonioni, tenendo presenti i fattori storici e culturali dell'epoca; un paragrafo in particolare sarà dedicato al controverso rapporto tra il regista e il neorealismo. Passerò poi, nel capitolo 3, ad analizzare più specificamente la cosiddetta “Trilogia” e i suoi capitoli considerando le opinioni di alcuni critici apparse sulle principali riviste di cinema degli anni '60 e al tempo stesso confrontando tali impressioni “a caldo” con alcuni testi di critica e teoria del cinema più recenti.

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1. INTRODUZIONE É nota a tutti l'espressione secondo la quale “nessuno é profeta nella propria patria”, usata laddove il genio e il talento di qualcuno non gli sono riconosciuti (e spesso anzi gli vengono negati) proprio da coloro che gli sono più vicini, mentre altrove esso viene prontamente lodato e premiato. Tale espressione meriterebbe talvolta di essere letta piuttosto con l'accezione di “nessuno é profeta nella propria epoca”: é infatti risaputo che molto spesso, soprattutto in campo artistico, le consacrazioni e i riconoscimenti tardano ad arrivare. Il caso del regista Michelangelo Antonioni é, a tal proposito, esemplare. La sua opera é ormai universalmente lodata e riconosciuta nel fondamentale contributo che ha apportato al linguaggio cinematografico, ma non é stato sempre così. Ciò non vuol dire necessariamente che i film di Antonioni non furono apprezzati all'epoca della loro uscita; il punto su cui si può convenire é piuttosto che essi non furono compresi, perlomeno non subito e non da tutti: ci sarebbero voluti molti anni e innumerevoli testi critici e teorici per comprenderne appieno i meccanismi e le intenzioni poetiche. Del resto non c'é da stupirsene: la critica, che riguardi il cinema, l'arte o la letteratura, nonostante il suo ammirevole impegno intellettuale e culturale, é di per sé uno strumento parziale e mutevole, soggetto a continue revisioni. Questo perché col passare degli anni dal momento in cui un'opera vede la luce entrano in gioco diversi fattori fondamentali alla formazione di un giudizio più chiaro e completo. Il primo e forse più importante di questi é la globalità dell'opera di un autore. Negli anni in cui Antonioni realizzò i suoi primi lavori e poi la “Trilogia dell'incomunicabilità” sulla quale sarà incentrata questa tesi, vale a dire negli anni '50 e '60, i critici e gli intellettuali italiani non avevano ancora assimilato l'importante lezione della politique des auteurs teorizzata in Francia dai critici dei “Cahiers du Cinéma” dalla metà degli anni '50. Secondo quegli intellettuali per poter apprezzare in modo corretto un film é necessario tenere in considerazione l'intera opera del suo autore; poiché solo così si possono riconoscerne e apprezzarne i motivi ricorrenti, oltre ad intravvedere le cause che gli hanno fornito la spinta iniziale, gli elementi (sia interni 3

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