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Minimo in due: la ricerca dell'identità nello specchio narrativo

Informazioni tesi

  Autore: Giulia Barini
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Beni culturali
  Corso: Cinema, Televisione e Produzione Multimediale
  Relatore: Stefano Ferrari
  Lingua: Italiano

Perchè il tema della duplicità è tanto caro all'uomo, fin dai tempi antichi? Da Ovidio a Umberto Eco, dall'autoritratto allo stadio dello specchio, da Foucault a Freud passando per Platone e Aristotele, per giungere poi ai cenni della fotografia e al richiamo del cinema: ecco che i secoli si sovrappongono, creando un grande pentolone nella cui miscela è possibile specchiarsi.
Oltre a fornire una spiegazione sul modo in cui la settima arte diventi una fondamentale musa ispiratrice, quando si trattano temi come il doppio e lo specchio, ho trovato importante creare un perfetto equilibrio tra l'analisi psicanalitica nelle varie fasi di sviluppo del bambino e le funzioni che svolge lo spettatore quando entra in una sala cinematografica: la percezione, l'identificazione, il piacere, il feticcio e il perturbante sono tutti aspetti che ritroviamo anche nella psicanalisi freudiana, sulla base di ricerca dello sviluppo del bambino e sul modo in cui, nei primi anni di vita, si relaziona con il mondo. In questo modo, l'impressione di realtà induce lo spettatore a lasciarsi, involontariamente, coinvolgere in un universo immaginario, in una dimensione filmica, apparentemente inesistente, che si rivela emozionante e melliflua.
Annodare questi concetti a tre diversi film mi è sembrata la scelta più intelligente (oltre a una precedente analisi sul Maestro Robert Zemeckis). La scelta definitiva ha trovato compimento quando finalmente sono riuscita a trovare il collante fra le tre pellicole: la donna. Tre donne, quindi, in tre diverse fasi della vita: Adolescenza, Maturità e Senescenza. Tutte segnate da un destino comune: l'Istinto di Morte, compiuto o meno, aleggia sulle loro teste, abbandonate anche da Eros che ha voltato loro le spalle. L'Istinto di Vita abbandona così Nina Sayers ne Il Cigno nero (Black Swan); Véronique, de La doppia vita di Veronica, avrà un'altra occasione, anche se il prezzo da pagare sarà la perdita di una “parte di sé”, ancora difficile da realizzare; infine, che dire di Norma Desmond (Gloria Swanson, Sunset Boulevard), la fragile quanto imperante diva del passato che riflette il suo volto e la sua invadente presenza in ogni persona, luogo, oggetto che la circondi, fino a perdere definitivamente la testa per un uomo che non la ricambia. Questa mancanza viene proiettata dall'attrice sulla sua fatiscenza, in quanto diva del passato che il cinema ha ormai dimenticato: Gillis rappresenta per Norma l'unica parte di lei ancorata alla realtà, e la sua morte, quindi, il totale distacco da questa, per vivere una vita come Salomè, come il personaggio che tanto agognava interpretare. Queste tre donne, attraverso tre diverse storie e tre differenti tappe, sono riuscite a completare ciò che stavo cercando di rappresentare fin dall'inizio. Non certo una chiamata al suicidio, non solo la possibilità di avere una seconda occasione, né tanto meno chiudersi in se stesse proprio perché non vi è più traccia di un ultima sincera possibilità. Sono partita da due domande e credo, anzi, spero di aver trovato almeno una delle tante possibili risposte: perché l'essere umano si avvale degli sdoppiamenti del proprio Io per ritrovare se stesso, anche se essi appaiono perturbanti e intimidatori?

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4 INTRODUZIONE Pesci, ascendente Gemelli. Due segni, quattro fazioni che si contendono, quotidianamente, il ring della mia psiche. Ecco da dove è iniziato tutto. Da me, o meglio, dalle diverse parti del mio spirito. Identità, autenticità, unità erano tutti termini che frequentemente facevano capolino nella mia testa, senza però trovare un senso a ciò che intendevano rappresentarmi. Riflettendo accuratamente, la risposta è giunta tornando alla radice del problema: se autenticità non era, forse era un bisogno di scissione, di copia del vero; se identità non era, allora poteva essere molteplicità di intenti; se unità non era, ecco che si spalancavano le porte della duplicità. Il paradosso più grande? Giungere a queste conclusioni di fronte a uno specchio. Un'idea di partenza, quindi, era già radicata nella mia testa, una luce in fondo al tunnel del “tutto è perduto” si è fatta avanti e mi ha indicato la giusta via da percorrere: come ogni docile creatura che si rispetti, la tesi si è prostrata al suo demiurgo e ha dato vita a qualcosa di insolito, ma interessante. La prima cosa che ho notato, con immenso diletto e con altrettanto timore, è stata la consistente quantità di materiale bibliografico sul tema del doppio e dello specchio. Montagne, foreste di libri hanno invaso le mie stanze, per poi ridursi considerevolmente quando presi la decisione di servirmi esclusivamente dell'aspetto cinematografico. In effetti, vertendo inizialmente sull'aspetto psicanalitico (la teoria narcisistica, l'interpretazione dei sogni, la fase dello specchio, il richiamo al feticcio, la nascita del perturbante e molto altro ancora) e semiologico degli eventuali termini e delle nozioni che intendevo approfondire, non è stato difficile inserire il cinema, soprattutto, nella speranza, che avrei potuto alleggerire il carico di determinati argomenti. Anche se non è andata così. Le spiegazioni di Christian Metz legate al sintagma “significante cinematografico”, si sono dimostrate essere, in un primo momento, di ardua

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Parole chiave

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