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I crediti non performing verso il bad banking. Il caso UniCredit Group.

Gli effetti della crisi economico-finanziaria degli ultimi anni si sono resi evidenti anche sui bilanci degli intermediari bancari italiani, inficiati dal progressivo deterioramento della qualità dell'attivo. La perdita di valore delle esposizioni verso la clientela a seguito del verificarsi di eventi occorsi dopo l'iscrizione comporta il loro declassamento in una delle categorie di attività finanziarie deteriorate individuate dalla normativa di vigilanza. La consistenza crescente dei crediti non performing nei portafogli degli istituti bancari ne hanno condizionato la redditività, la patrimonializzazione e l'operatività rendendo necessari interventi su più fronti. Tra questi si è assistito all'evoluzione del modello di gestione dei crediti problematici attraverso riassetti organizzativi, implementazione di nuove strategie e interventi sugli elementi di criticità riscontrati nella gestione tradizionale delle unità di recupero interne. Nelle banche di maggiori dimensioni in cui l'attivo deteriorato ha raggiunto volumi importanti le strategie di gestione dei crediti non performing si sono evolute verso forme di bad banking. L'espressione "bad bank" fa riferimento a un'entità di nuova creazione, più o meno complessa, specializzata nella gestione delle attività non performing della banca, dalla quale ne acquisisce la proprietà o la gestione su mandato. Diverse sono le configurazioni che l'entità può assumere, la struttura e le modalità di finanziamento in relazione alle finalità della banca. Nella sua forma più pura il bad banking nasce come fase di piani di risanamento di intermediari in crisi nei primi anni Novanta, ma ultimamente si è diffusa a livello internazionale la tendenza a sperimentare e plasmare la strategia con lo scopo di risanare la qualità degli attivi e ottimizzare la gestione di volumi di crediti non performing importanti. Sulla base di questi presupposti l'obiettivo della trattazione è approfondire la strategia nelle sue forme più diffuse, analizzarne gli aspetti chiave e verificarne i risvolti positivi a livello strategico, economico e in termini di rapidità di risoluzione degli attivi deteriorati. A tal fine alla riflessione teorica segue la presentazione del caso del Gruppo UniCredit quale esempio significativo italiano. Dopo averne analizzato la qualità del credito e le azioni di rilievo intraprese per affrontarne il deterioramento e gli effetti negativi correlati, è stata esaminata l'evoluzione del modello di gestione dei crediti non performing, che ha attraversato diverse fasi ed evidenziato più esempi di applicazione della strategia del bad banking. L'analisi si è concentrata sul modello di bad bank interna operativa dal 2013 in quanto UniCredit è la prima banca italiana ad aver costituito una tale entità, sulla scia di importanti banche europee, e ad assicurare la totale trasparenza del processo di riduzione degli attivi deteriorati. L'obiettivo pianificato dal management è la riduzione del portafoglio non core del 60 per cento entro il 2018 e dall'analisi effettuata sui dati relativi ai primi 18 mesi di operatività si rilevano già risultati positivi, con un trend dei crediti non performing discendente per la prima volta dal 2008. Dall'analisi emergono i punti di forza della strategia del bad banking così congeniata esaminati a livello teorico. Dunque, in generale la gestione dei crediti è resa ottimale dalle peculiarità della bad bank riassumibili nelle caratteristiche di elevata professionalità e specializzazione delle risorse umane che vi operano e in un processo di definizione delle strategie improntato alla risoluzione extralegale. Dalla creazione di una tale entità la banca gode di benefici economici e organizzativi oltre che reputazionali e l'allentamento della pressione sul capitale aumenta la disponibilità di risorse da investire nello sviluppo del business core, sul quale il management può, inoltre, focalizzare l'attenzione per accelerare il recupero di una redditività sostenibile.

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1 Introduzione Gli effetti del contesto economico-finanziario di crisi internazionale degli ultimi anni si sono resi evidenti anche sui bilanci degli intermediari bancari italiani, inficiati dal progressivo deterioramento della qualità dell’attivo. La perdita di valore delle esposizioni verso la clientela a seguito del verificarsi di eventi occorsi dopo l’iscrizione comporta il loro declassamento in una delle categorie di attività finanziarie deteriorate individuate dalla normativa di vigilanza, il cui grado di rischio culmina in quella delle sofferenze. La consistenza ed il trend crescente dei crediti non performing, delle sofferenze in particolare, in pancia agli istituti di credito ne hanno condizionato la redditività, la patrimonializzazione e l’operatività, rendendo necessari interventi su più fronti. Tra questi si è assistito al potenziamento delle strutture di Credit risk management e delle sue responsabilità, su spinta normativa, con particolare riferimento alle attività di valutazione e di monitoraggio del credito e ai processi di gestione del credito anomalo. Questi devono essere improntati a garantire l’individuazione tempestiva dei segnali di anomalia al fine di definire adeguate linee di intervento. Le strategie di gestione delle posizioni non performing possono essere diverse e consistere in una risoluzione negoziale, giudiziale o di mercato. La scelta scaturisce dalla considerazione di molti fattori inerenti le caratteristiche della posizione e del rapporto, tenuto conto dell’obiettivo di minimizzazione dei costi di gestione e di recupero al fine di ottimizzare l’impatto della strategia sul risultato aziendale. Nelle banche di maggiori dimensioni in cui l’attivo deteriorato ha raggiunto volumi importanti le strategie di gestione sono evolute in forme di bad banking. Con l’espressione “bad bank” si fa riferimento ad

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Tania Quarchioni Contatta »

Composta da 173 pagine.

 

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