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Lolita vs. Лолита: Nabokov e l'autotraduzione

La tesi analizza l'autotraduzione operata da Vladimir Nabokov sul suo romanzo "Lolita", redatto dapprima in inglese e poi autotradotto in russo. Nel dettaglio, è stata affrontata in maniera generale la teoria dell'autotraduzione, quindi la figura di Nabokov, e poi l'opera, analizzata analiticamente nei primi capitoli dell'edizione americana e di quella russa.

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CAPITOLO UNO TRADUZIONE E AUTOTRADUZIONE 1.1 Teoria della traduzione Molto spesso, a cominciare dal gioco di parole «traduttore, traditore» fino alle teorie semiotiche di Umberto Eco, si sono associati i termini tradurre e tradire; il prefisso derivazionale allomorfo “trans” compare in entrambi, nel primo caso associato al verbo latino “ducere”, nel secondo a “dire”. Allo stesso modo si comporta la lingua russa, la quale, sebbene non costruisca un’associazione assonantica tra i due significanti sopracitati, utilizza nel lemma perevod il prefisso direzionale pere- ed il verbo vesti. Il concetto del passaggio, dell’accompagnamento, della ricodifica dell’invariante di un prototesto (o testo di origine) in un metatesto (o testo di arrivo), una variante rispondente ad altra lingua, stile e cultura, è riassunto nel significante del termine stesso traduzione (perevod). Nel processo traduttivo, essendo impossibile realizzare il prototesto alla lettera, vige il principio di corrispondenza, o modellizzazione logopoietica; pertanto, le varianti in una stessa lingua possono essere molteplici (si parla di ripetitività della traduzione), a seconda delle scelte operate dall’autore del metatesto. Questi può attenersi più fedelmente all’autore o al destinatario (Nida 1964: 165). In particolare nel caso di due culture profondamente distanti, oppure in conseguenza di un certo scarto temporale, sarà compito del traduttore riuscire a comunicare temi, realia, coloriti storici e locali; Popovič definisce «creolizzazione» il mescolamento inevitabile che risulta dallo scontro tra la cultura d’origine e quella d’arrivo (Popovič 2006: 129). Ulrych insiste poi sul principio di equivalenza, o in termini jakobsoniani sull’«equivalenza nella differenza» (Jakobson 2002: 58), sostenendo che «una traduzione sarà adeguata se semanticamente e pragmaticamente equivalente al suo originale, vale a dire se costituirà l'approssimazione più vicina possibile al significato e all'uso del testo di partenza» (Ulrych 1997: 3). Il traduttore per realizzare quindi un prototesto in una variante ottimale deve riuscire a ricreare l’invariante dell’originale, mantenendo la condensazione semantica e le funzioni, ed andando a modificare elementi unicamente nel campo della forma e dei mezzi espressivi. 1.2 L’autotraduzione Nel caso però in cui il traduttore corrisponda all’autore stesso del prototesto, spesso questi «si sentirà giustificato ad introdurre modifiche nel testo, dove, al 1

Laurea liv.I

Facoltà: Lingue e Letterature Straniere

Autore: Martina Napolitano Contatta »

Composta da 84 pagine.

 

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