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En Plein Art. L'arte aperta

Informazioni tesi

  Autore: Simone Mantovani
  Tipo: Tesi di Master
Master in MA in Communication Design
Anno: 2015
Docente/Relatore: Franco Achilli
Istituito da: Nuova Accademia di Belle Arti (NABA), Milano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

En Plein Art vuole indagare il disinteresse e la mancanza di predisposizione del pubblico verso l’arte contemporanea. Più in particolare, verso l’arte contemporanea publica. Davanti ad una chiesa gotica o romanica l’interesse è più alto ed alcune persone si fermano, ma le istallazioni contemporanee spesso sono ignorate e bistrattate come fossero oggetti senza valore o prese in giro da parte di sedicenti artisti di scarso valore. Ponendoci di fronte ad un’opera d’arte, fruiamo della visione dell’universo di qualcun altro. Se questa rappresentazione della realtà non coincide però con la nostra, il risultato è una reazione di rifiuto e chiusura. Gli scandali nella storia dell’arte derivano da questo. La paura di mettere in discussione la nostra realtà ci rende ciechi e rende impossibile sentire la necessità di metterci in gioco. Essere conservatori e sempre rassicurante. Si pensi al dipinto ottocentesco La Colazione Sull’Erba di Manet, il quale fu escluso dalla mostra del Salon di Parigi perché considerato un’opera scandalosa e indifendibile. Oggi quest’opera è considerata indubbiamente uno dei capolavori del XIX secolo. È il tempo il vero giudice delle opere d’arte, il nostro compito, per poterle apprezzare è chiedersi perché esse siano arte e perché potrebbero essere importanti per noi.
Torniamo in Italia, a Milano, oggi. L.O.V.E. di Maurizio Cattelan, posizionata in Piazza Affari dal 2010. Un iperrealismo spiazzante che rappresenta una mano in marmo nel bel mezzo di un saluto fascista, alla quale sono state tranciate tutte le dita, tranne il medio, rivolta verso il palazzo neoromano di Mezzanotte. L.O.V.E. è un’opera che crea disagio a molti, provocando una sorta di shock emotivo in fondo non tanto diverso da quello causato da Manet nel 1800. Siamo terrorizzati da ciò che non conosciamo. Oggi, visitando di fronte ad un’opera di arte contemporanea si può spesso sentire la frase Lo potevo fare anch’io.
Proprio da questo volume di Francesco Bonami ho voluto iniziare a documentarmi su questo fenomeno di MISONEISMO ARTISTICO che, soprattutto nel panorama italiano, provoca una forte indisposizione al nuovo e a ciò che non ha evidenti fondamenti nella tradizione storica del bello e dell’estetico. Il mio obiettivo però era quello di concentrarmi sull’arte al di fuori del contenitore museale. L’arte di strada, la Steet Art. Per approfondire il tema ho voluto anche fare una ricerca più in generale sulla storia dell’arte contemporanea, a partire dalla presentazione da parte di Duchamp della sua Fontana firmata R. Mutt nel 1917. Duchamp decreta annullato il valore della tecnica artigianale, sostituito dall’importanza dell’idea artistica. Inizia così un nuovo approccio contemporaneo all’arte, che verrà sostenuto e ripreso da artisti come Lucio Fontana, Pollock ed Andy Warhol, il quale, secondo il sociologo dell’arte Danto, fu il fautore della fine dell’arte con la presentazione dei Brillo Boxes. Questo il colpo di grazia per la definizione di arte contemporanea. L’arte del bello, l’arte dell’estetica fa parte di un capitolo chiuso, è morta. Per questo motivo ho voluto indagare su quale fosse oggi il ruolo del museo, attraverso esempi quali il Beaubourg di Parigi o il Guggenheim di Bilbao, che tendono sempre più ad essere un medium dell’arte, trasformandosi da contenitore a contenuto, diventando così opere d’arte. Anche la recentissima Fondazione Prada, progettata dall’archistar Rem Khoolhaas a Milano, unitamente ad una committenza rappresentata da una griffe famosa a livello mondiale, tende a soffocare l’arte che contiene, relegandola a pretesto per spendere un po’ di tempo suo interno. Il sociologo dell’arte Danto afferma che il museo, in questo scenario, diventa sempre più un ostacolo da aggirare.
L’arte è site specific e nasce solo in corrispondenza del luogo al quale sarà destinata; il fine diventa così il principio, ribaltando ancora una volta i fondamenti di ogni preconcetto artistico.
Poi, una volta libera e all’aperto, l’arte si sente ancora oppressa e si impone quindi su una scala più vasta.
Con questa mia tesi ho quindi voluto seguire i movimenti di quest’arte, dai concettuali anni del Dopoguerra al Minimalismo, dai coloratissimi anni Ottanta di Keith Haring e Basquiat, all’arte libera della Land Art, per arrivare alle strade metropolitane con l’arte pubblica e la Street Art. Oggi l’artista vuole farci uscire, accompagnarci nei luoghi che lui per primo ha scoperto, per permettere a noi di vivere quella stessa emozione in prima persona. L’arte è un essere vivente e si evolve con l’umanità. Va di pari passo con la conoscenza umana, si relaziona con gli stati d’animo e con le battaglie sociali di intere epoche e generazioni. Il nostro compito è quello di smettere di essere ciechi e di iniziare a cercarla. La fruizione dell’arte contemporanea deve diventare una caccia al tesoro la cui ricompensa è l’arricchimento che il suo valore può regalarci e la soddisfazione di averla trovata.

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1 Introduzione. Vedere e conoscere Nella cultura occidentale, conoscere significa guardare. Lo sguardo e la vista prevalgono in maniera schiacciante sugli altri sensi quando si parla di processo conoscitivo. L’uomo dell’occidente non è in grado di sapere senza utilizzare gli occhi, i quali rappresentano il fondamento della conoscenza, il primo passo dell’esperienza. 1 Non è sempre possibile vedere tutto ciò che guardiamo, tutto ciò che scorre d’innanzi ai nostri occhi. La capacità di vedere per conoscere risiede in ben altro. Vedere è il risultato di un’azione osservativa che un soggetto compie. Infatti, a partire dal semplice guardare, l’individuo deve operare un salto qualitativo, una presa di coscienza tutt’altro che automatica, per giungere infine alla vera e propria comprensione dell’oggetto osservato, assumendosi in questo modo la responsabilità di tale conoscenza. Forse anche il vedere troppo, il cercare di indagare nel vuoto è deleterio. Spesso, il Genio non ha bisogno di spiegazioni, la bellezza è uno dei grandi fatti del mondo che ci circonda 2 , essa è ovunque e spetta al singolo riuscire a coglierla. Quest’intrigante dicotomia tra il vedere ed il guardare rimane sospesa in un equilibrio molto fragile, sorretto solo dalla presa di coscienza individuale. Ogni nostro sguardo è diretto, di fatto, alla rappresentazione di ciò che esiste, la quale è costituita dalla coesistenza del fare e del vedere. Per nutrire ed arricchire le nostre menti è perciò la rappresentazione la base di una vera dinamica messa in atto al fine di conoscere. Il mondo, la natura e tutto ciò che esiste nel contesto in cui siamo inseriti, deve essere filtrato dal nostro vedere, trasformandosi così in un nostro pensiero e diventando una rappresentazione soggettiva di ciò che è oggettivo. Forse questa è la chiave dell’arte. Fruire di qualcosa di già filtrato da altri, come ad esempio un artista. Quello che facciamo ponendoci di fronte ad un opera d’arte o assistendovi è fruire della rappresentazione dell’universo di qualcun altro. La filosofia dell’arte consiste nel porci davanti al risultato di un pensiero non nostro, che possiamo condividere o meno. È affascinante, ma anche estremamente pericoloso allo stesso tempo. La storia dell’arte è per questi motivi piena di rifiuti e scandali, in quanto le diverse visioni soggettive del mondo raramente coincidono fra loro. È difficile accettare veramente un’altra realtà. Il motivo è la paura di ognuno di noi di essere messi in discussione, rischiando poi di scoprire che il nostro pensiero non è nient’altro che una casa costruita sulla sabbia. Rischiamo così di mostrarci ciechi davanti ad un confronto, o più semplicemente molto pigri, in quanto non sentiamo la necessità di metterci in gioco. Soprattutto dagli inizi del Novecento ad oggi, l’arte soffre di questa continua messa in discussione, perché è diventata, e diventa sempre più, il risultato di un pensiero, di un’idea. Non in riferimento a nature morte o a ritratti di regnanti commissionati agli artisti più in voga. Quell’arte è ben lontana. Si analizza quell’arte che presenta l’impressione dell’artista. Una sua personale valutazione della realtà oggettiva. Così agivano Renoir e suoi colleghi: restituendo sulla tela solo impressioni 1 Antonio Somaini (a cura di), Il luogo dello spettatore. Forme dello sguardo nella cultura delle immagini, Vita e Pensiero, Milano, 2005. 2 Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Mondadori, Milano, 2010.

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