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Le seconde Camere in Italia e in Belgio

Anche se appare in declino, soprattutto negli Stati non federali, oggi il bicameralismo è ancora una realtà diffusa. Le ragioni che giustificano oggi la presenza di tale sistema sono essenzialmente legate alla necessità di raccordo del centro con il sistema delle autonomie locali e alla funzione di garanzia e contrappeso della seconda Camera nel procedimento istituzionale. Non a caso nei paesi in cui vi è stato, o è ancora in corso, un mutamento dello Stato in senso federale – come in Italia e in Belgio – si discute da molti anni sull’ipotesi di trasformare la seconda Camera in una vera e propria Camera federale. L’Italia è l’unica dei 28 Stati dell’Unione a presentare l’eccezione di due Camere, non differenziate nella composizione, che svolgono le medesime funzioni. Tale assetto istituzionale è stato, soprattutto negli ultimi trent’anni, oggetto di numerose critiche e ripensamenti, sostanzialmente legati alle necessità di semplificare e sveltire il procedimento legislativo.
La riforma del Senato costituisce inoltre un passaggio fondamentale per il completamento della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. Con tale riforma infatti sono state trasferite alle Regioni competenze amministrative in importanti funzioni pubbliche, che incidono notevolmente sulla vita di cittadini e imprese (ad esempio servizi, istruzione, salute, trasporti). È diventato quindi fondamentale per Stato e sistemi politici locali fissare insieme gli obiettivi e le regole delle proprie azioni, definire le rispettive responsabilità di spesa, prevedere in modo condiviso meccanismi di monitoraggio e controllo delle politiche pubbliche. A tal fine appare necessario rendere i Consigli regionali partecipi delle decisioni statali, introducendo una rappresentanza di tali organi nel sistema istituzionale centrale.
In questo senso il progetto di riforma del Governo Renzi attualmente all’esame delle Camere tenta da un lato di superare i limiti imposti dal sistema bicamerale perfetto tramite una semplificazione del procedimento legislativo e dall’altro di creare un raccordo tra Stato centrale e autonomie locali. Un termine di paragone senz’altro interessante è costituito dal Belgio. Pur tenendo conto delle sostanziali differenze con l’Italia, come quella demografica e le grandi differenze di ordine culturale, linguistico e sociale, dal punto di vista istituzionale il caso belga presenta diverse analogie con quello italiano. Sul territorio belga sono presenti numerose minoranze etniche: al Nord, nella regione delle Fiandre, la popolazione è costituita da fiamminghi di lingua neerlandese, a Sud, nella regione della Vallonia, la popolazione è di etnia francese, mentre nella provincia di Liegi si trova una minoranza germanofona. La Costituzione belga del 1831 tuttavia dava vita ad uno Stato unitario e accentrato e non conferiva alcun riconoscimento politico e amministrativo ai diversi gruppi identitario–linguistici presenti sul territorio. Tale modello non era dissimile da quello delineato dalla nostra Costituzione del 1948, che presentava una forte concentrazione di poteri in seno agli organi statuali. In entrambi i casi il sistema parlamentare era caratterizzato da due Camere, legate all’esecutivo da un rapporto fiduciario, che svolgevano la medesima funzione legislativa. Entrambi i paesi hanno poi attuato tramite numerose revisioni costituzionali un progressivo decentramento amministrativo. Sia in Belgio che in Italia quindi sul tradizionale assetto unitario si è innestato un federalizing process per disgregazione, che ha portato l’Italia alla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 e il Belgio alla nascita dello Stato federale nel 1993. Ma mentre in Belgio al progressivo ampliamento delle competenze regionali e comunitarie è seguito un adeguamento dell’assetto istituzionale centrale – benché molto criticato – in Italia non si è ancora riusciti, dopo trent’anni di tentativi, a portare a termine questo processo. In Belgio tuttavia i contrasti tra i vari gruppi etnici sono sfociati nella lunga crisi politica apertasi con le elezioni del 2007 e proseguita fino al 2010, durante la quale il dibattito pubblico è stato attraversato da una concreta ipotesi secessionista delle Fiandre dalla Vallonia. Per cercare di superare questa fase di stallo e per ripristinare il senso di unità dello Stato nel 2014 è stata portata a termine una nuova riforma costituzionale, che tra le altre cose si propone di garantire una migliore rappresentanza regionale e comunitaria nelle istituzioni centrali. L’esperienza belga, tenendo ben presenti i dovuti distinguo, ci insegna come garantire un’adeguata rappresentanza delle autonomie locali in Parlamento sia tutt’altro che agevole e che i rischi legati ad un sistema di raccordo mal congegnato siano quelli di portare all’incomunicabilità e all’acuirsi dei contrasti tra i vari enti territoriali.

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7 CAPITOLO I Dal Senato del Regno alla nascita del Senato repubblicano 1. Il Senato italiano nello Statuto Albertino Prima di ripercorrere l’acceso dibattito che in Assemblea Costituente portò all’adozione del bicameralismo perfetto, ancora oggi oggetto di numerose critiche e tentativi di riforma, è opportuno illustrare tramite un breve excursus storico il funzionamento del Senato italiano in epoca statutaria. In Italia la tradizione parlamentare bicamerale risale al periodo preunitario e trova una prima codificazione fondamentale nello Statuto del Regno di Sardegna, emanato da Carlo Alberto nel 1848 e dopo l’unificazione esteso a tutto il Regno d’Italia. Nella forma di governo statutaria e, in particolare, nella struttura parlamentare bicamerale, è evidente l’influenza delle Costituzioni francesi del 1814 e del 1830 e di quella belga del 1831 che sarà oggetto di studio nei prossimi capitoli. Lo Statuto prevedeva un sistema bicamerale fondato su una Camera elettiva, la Camera dei deputati, e un Senato composto da membri nominati a vita dal Re (senza limiti di numero), che costituiva la diretta emanazione del potere monarchico. Nella Camera alta avrebbero dovuto trovare rappresentanza le principali virtù e capacità del Regno e avrebbe avuto il ruolo fondamentale di moderare e coordinare l’attività legislativa, arginando i “bisogni immaturi o fittizi” della Camera bassa 3 . Dal punto di vista delle attribuzioni lo Statuto prevedeva una situazione di sostanziale parità tra le due Camere, ad eccezione della priorità attribuita alla Camera dei deputati in relazione ai diritti d’iniziativa per le leggi d’imposizione dei tributi e di approvazione dei bilanci e dei conti dello Stato, sui quali il Senato manteneva comunque eguali diritti per l’esame e per il voto. 3 F. Racioppi, I. Brunelli, Commento allo Statuto del Regno, Torino, 1909, p. 206.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Valeria Savarese Contatta »

Composta da 71 pagine.

 

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