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Approccio integrato alla schizofrenia: l'ipotesi del neurosviluppo

Informazioni tesi

  Autore: Manuela Ghini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Maria Michela Del Viva
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 132

Non vi è dubbio che la schizofrenia sia uno dei disturbi mentali più studiati, ne è conferma l‟elevato numero di articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche internazionali che hanno per oggetto questo argomento. Tale interesse potrebbe essere dovuto ai lati oscuri che sembrano ancora caratterizzarla e alla sua diffusione a livello planetario che ne fa un veicolo di sofferenza e di costi sociali notevolissimi. La quantità e lo spessore delle ricerche testimoniano della complessità della questione che, necessariamente, deve essere approfondita in ogni sua variante. Uno degli aspetti più discussi è quello relativo alla sua eziologia, questo perché se, come tutto lascia pensare, la schizofrenia fosse una patologia in cui la componente genetica gioca quasi sicuramente un ruolo preponderante, resterebbero tuttavia da chiarire ancora molti aspetti, per esempio la coesistenza di individui, nei quali è dimostrata l‟influenza di una familiarità di tipo schizofrenico, e di altri, la maggioranza, nei quali essa non è riscontrabile. Un altro aspetto da spiegare è l‟insorgenza frequente della patologia nella tarda adolescenza. Il disturbo appare, pertanto, complesso e sfuggente in quelli che sono i suoi reali meccanismi eziologici, ma estremamente concreto e drammatico nella sua realtà clinica tanto da essere stato definito “il problema centrale della psichiatria” e “la principale sfida neurobiologica contemporanea”. Questo perché la schizofrenia è attualmente considerata uno fra i più gravi disturbi psichiatrici e nonostante la sua bassa incidenza, si calcola che la percentuale di rischio sia di circa l‟1% ogni anno (Jablensky et al., 1992), comporta un investimento di risorse economiche e sociali (terapia, assistenza e riabilitazione) di gran lunga superiore ad altre patologie. Solo in America si calcola che siano spesi più di 70 milioni di dollari all‟anno in assistenza diretta e a lungo termine (Wu et al., 2005). Il concetto di schizofrenia è piuttosto recente, almeno nella sua caratteristica configurazione di sindrome; nasce tra la fine dell‟800 e gli inizi del „900 con le osservazioni di due studiosi: Eugen Bleuler (1857-1939) ed Emil Kraepelin (1856-1926). Quest‟ultimo aveva individuato, attraverso studi longitudinali condotti su centinaia di pazienti, un disturbo da lui definito “dementia praecox” in cui comprendeva un gruppo di manifestazioni psicotiche apparentemente eterogenee, ma da lui considerate espressione dello stesso processo morboso, aventi come caratteristiche tipiche l‟insorgenza in età giovanile, il progressivo decadimento psichico e un irreversibile deterioramento della personalità molto simile alla demenza di origine organica (Kraepelin, 1989). Più tardi Bleuler (1985) criticò lo stesso concetto di demenza soprattutto in relazione all‟evidenza, tra l‟altro già nota a Kraepelin, che in alcuni soggetti la malattia non iniziava né precocemente né comportava il suddetto decadimento delle funzioni intellettive. Sulla base di queste osservazioni propose di sostituire il termine demenza con quello di schizofrenia e di far riferimento per la diagnosi soprattutto alla qualità dei sintomi. Chiamò così “fondamentali” l‟autismo, la dissociazione, l‟ambivalenza affettiva e la disorganizzazione del pensiero che venivano a rappresentare il nucleo psicopatogeno principale, mentre definì “accessori” il delirio, le allucinazioni e i sintomi catatonici, da lui ritenuti non indispensabili per la diagnosi di schizofrenia. Tuttavia al di là di queste precisazioni i due uomini credevano di trovarsi di fronte ad una vera malattia; lo stesso Kraepelin (1989) ipotizzava che si trattasse di un‟alterazione cerebrale di natura organica anche se al momento sconosciuta e sarà proprio questa sua idea di “alterazione” o “lesione organica” che influenzerà gran parte della ricerca successiva fino ai nostri giorni; ne sono conferma i due più recenti sistemi di classificazione e di diagnosi dei disturbi mentali, il DSM-IV (1995) e il DSM-IV-TR (2001), nei quali tuttavia il concetto di organicità ha assunto connotati diversi ossia non più di alterazione organica ma molecolare, come del resto hanno ben evidenziato le tecniche di neuroimaging più avanzate.

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____________________________________________________ introduzione ______________ - 4 - In parte, la salute mentale è una forma di conformismo John Nash Introduzione Non vi è dubbio che la schizofrenia sia uno dei disturbi mentali più studiati, ne è conferma l‟elevato numero di articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche internazionali che hanno per oggetto questo argomento. Tale interesse potrebbe essere dovuto ai lati oscuri che sembrano ancora caratterizzarla e alla sua diffusione a livello planetario che ne fa un veicolo di sofferenza e di costi sociali notevolissimi. La quantità e lo spessore delle ricerche testimoniano della complessità della questione che, necessariamente, deve essere approfondita in ogni sua variante. Uno degli aspetti più discussi è quello relativo alla sua eziologia, questo perché se, come tutto lascia pensare, la schizofrenia fosse una patologia in cui la componente genetica gioca quasi sicuramente un ruolo preponderante, resterebbero tuttavia da chiarire ancora molti aspetti, per esempio la coesistenza di individui, nei quali è dimostrata l‟influenza di una familiarità di tipo schizofrenico, e di altri, la maggioranza, nei quali essa non è riscontrabile. Un altro aspetto da spiegare è l‟insorgenza frequente della patologia nella tarda adolescenza. Il disturbo appare, pertanto, complesso e sfuggente in quelli che sono i suoi reali meccanismi eziologici, ma estremamente concreto e drammatico nella sua realtà clinica tanto da essere stato definito “il

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