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Aspetti inconsapevoli della risposta ai volti infantili

Nella letteratura è stato evidenziato che il kinderschema (Lorenz, 1943) attiva le aree cerebrali implicate nella modulazione dell'attenzione (Brosch et al., 2007) e il comportamento dell'adulto (Alley, 1981; McKelvie, 1993). Swain et al. (2007) hanno ipotizzato che i comportamenti legati al parenting negli umani sarebbero mediati da un complesso circuito cerebrale, già generalmente coinvolto nel comportamento sociale, ma che si mostra particolarmente responsivo agli stimoli infantili. L'ipotesi dell'effetto di facilitazione motoria legato alla visione del viso di bambino, che proverrebbe dall'attivazione delle aree cerebrali deputate alla preparazione motoria, ha guidato il lavoro di Caria et al. (2012). Utilizzando un campione di soggetti adulti non genitori, a cui era stato chiesto di guardare alcune immagini, i ricercatori hanno misurato l'attivazione cerebrale dei soggetti tramite la risonanza magnetica funzionale (fRMI). Ciò che emerso dallo studio di Carìa et al. (2012) è che, davanti alle immagini dei bambini, c'è una preparazione motoria cerebrale che predisporrebbe all'azione; inoltre, si nota anche un'attivazione del talamo anteriore sinistro, che è legato alla componente emotiva. Tale attivazione talamica si è mostrata specifica per i volti di bambini, considerato che essa non si ritrova durante la visione dei volti di adulti umani o di animali (cani e gatti), sia che essi siano adulti sia che siano cuccioli (Carìa et al., 2012).
Partendo dai risultati dello studio di Carìa et al. (2012), Senese et al. (2013) hanno utilizzato un paradigma comportamentale per valutare la valenza della reazione agli stimoli infantili. L'intento di Senese et al. (2013) era di utilizzare un protocollo comportamentale, alternativo alla fMRI, che riuscisse a cogliere la componente emotiva della reazione allo stimolo. Per questo motivo, nel lavoro di Senese et al. (2013) è stato utilizzato il SC-IAT, che misura l'atteggiamento implicito nei confronti di un singolo stimolo. Il campione era composto da 90 soggetti adulti , suddivisi tra genitori e non. I risultati del SC-IAT sono stati poi correlati con le ideas parentali, indagate tramite il QSP (vers. it. Venuti e Senese, 2007). I risultati hanno confermato la specificità della risposta emotiva nei confronti dei bambini. Infatti, si osserva che la faccia di bambino è associata con una reazione specifica, implicita e positiva; inoltre, se si confrontano i pattern di risultati del lavoro di Senese et al. (2013) con quelli relativi all'attivazione talamica dello studio di Carìa et al. (2012), si osservano dei pattern di risultati sovrapponibili, nonostante i paradigmi utilizzati siano completamente diversi. Infine, in linea con i risultati di altre recenti ricerche (Brosch et al. 2007; Kringelbach et al., 2008), in entrambi i lavori emerge che tale reazione non dipende dal genere dell'adulto o, solo nel caso dello studio di Senese et al. (2013), dal suo essere o meno genitore. In definitiva, è possibile affermare che il SC-IAT riesce a cogliere, a livello comportamentale, ciò che la fRMI mostra come attivazione di aree cerebrali deputate all'elaborazione emotiva. È emerso, inoltre, che quanto più è positiva la valenza della faccia di bambino, più i soggetti genitori credono che sia giusto, idealmente, interagire socialmente con i bambini. In questo studio, partendo dai risultati dei due lavori precedentemente esposti, ci interessava trovare un paradigma comportamentale che riuscisse a cogliere gli aspetti di facilitazione motoria associati all'attivazione delle aree cerebrali deputate alla preparazione all'azione che Carìa et al. (2012) avevano mostrato nel loro lavoro. A questo scopo, abbiamo utilizzato il paradigma GoNgo, confrontando le risposte date quando lo stimolo go è associato al volto dei bambini con quelle date in associazione ad altri stimoli (visi di adulti). A questa misura, abbiamo affiancato il Single Category Implicit Association Test (SC-IAT) allo scopo di valutare anche la relazione tra la risposta motoria e quella emotiva. Inoltre, in questo studio è stato considerato anche se, su questa facilitazione motoria, avesse qualche ruolo l'effetto dell'esperienza e la confidenza con lo stimolo bambino che la genitorialità comporta, aspetto non analizzato da Carìa et al. (2012). Infine, dal momento che la letteratura riporta che la risposta mostrata dai caregiver verso i bambini influenza il loro modo di relazionarsi ad essi, abbiamo provato a considerare quanto le risposte date ai due paradigmi comportamentali fossero in relazione ad altre dimensioni connesse con le pratiche educative, quali il Parental Style Questionnaire (QSP); il Parental Acceptance-Rejection Questionnaire e la scala IOS. Abbiamo inoltre indagato se ci fosse qualche relazione tra la facilitazione ad agire nei confronti dei bambini e le competenze empatiche del soggetto (EQ), il suo stile socio-economico (SES) e la sua considerazione consapevole dei bambini (Differenziale semantico)

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1 CAPITOLO 1 ____________________________________________________ INTRODUZIONE 1.1 Concetto di parenting: definizione. Mentalizzazione genitoriale Il parenting è quell’insieme di comportamenti che gli adulti mettono in atto nei confronti dei bambini per promuoverne e sostenerne lo sviluppo fisico, emotivo, sociale e intellettuale, nel periodo che va dall'infanzia all'età adulta (Davies e Martin, 2000). Il termine parenting si riferisce quindi agli aspet- ti del crescere un figlio al di là della relazione biologica (Davies e Martin, 2000). Dai risultati del National Center for Health Statistic (2010), emerge che o- gni giorno più di un milione di persone sperimenta le gioie e i dolori, le pau- re e le gratificazioni del divenire mamma o papà. Gli adulti strutturano le prime esperienze dei bambini e il tipo di ambiente in cui saranno allevati; le caratteristiche che gli esseri umani sviluppano e acquisiscono durante questo stadio possono risultare fondamentali, per lo sviluppo futuro (Bornstein, 2002). Come Shai e Belsky riportano (2011), la “mentalizzazione genitoriale”, ov- vero la capacità dei genitori di riconoscere, anche in modo non consapevole, lo stato mentale del bambino, dando una spiegazione al suo comportamento, è correlata alla sicurezza del legame di attaccamento (Shai e Belsky, 2011) e allo sviluppo di altre capacità cognitive e sociali (come il saper riconoscere i propri e gli altrui stati mentali ed emozionali, saperli fronteggiare e regolare, impegnarsi in relazioni intime e produttive, pur mantenendo un buon grado di separatezza dall’altro individuo, Fonagy, Gergely, Giurista e Target, 2002). La teoria della mentalizzazione, un approccio relazionale al primo sviluppo, assume che la capacità genitoriale di considerare il bambino come un soggetto psicologico che svolge azioni motivate da stati mentali, come pensieri, credenze, intenzioni, sensazioni e desideri, influenza in modo criti-

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Psicologia

Autore: Marianna Serrao Contatta »

Composta da 101 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.